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A OCCHI APERTI
02/09/2014



"Ci vuole una vita per fare una fotografia e coltivare uno sguardo. L'occhio deve capire cosa sta cercando".


Questo pensa Steve McCurry del suo mestiere, il fotografo, un lavoro speciale fatto di fatica, pazienza, sacrifici, lettura e studio. Bisogna avere una sensibilità particolare, saper guardare e, soprattutto, saper attendere. "Solo se si è disposti a correre il rischio, solo se si è completamente convinti, allora si è pronti"
Lui - che è uno di quelli che ce l'ha fatta - ha scoperto tutto questo negli anni '80 grazie ad un lungo viaggio per il National Geographic Magazine che lo portò dal Mali alle Filippine con lunghe tappe in India, Nepal e Bangladesch. Tutto è stato documentato dalle sue foto straordinarie piene di armonia e di serenità nonostante abbiano raccontato e testimoniato la stagione delle piogge e le forti inondazioni monsoniche di quel periodo con tutte le conseguenze che ebbero sulla popolazione e sull'ambiente. Lì capì che per farcela avrebbe dovuto entrare in quell'acqua putrida ed affrontare ogni rischio.


"Se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro...non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia ed abbracciarla fino in fondo".

Le sue esperienze, i suoi ricordi e le sue emozioni McCurry le ha raccontate a Mario Calabresi e quello che ne è venuto fuori è un libro capolavoro.

McCurry è uno dei dieci fotografi scelti, incontrati ed intervistati da Mario Calabresi e presentati attraverso uno straordinario libro "A OCCHI APERTI" edito da Contrasto.

Dieci incontri straordinari con altrettanti mostri sacri della fotografia che con le loro immagini hanno raccontato alcuni dei momenti più intensi e drammatici del nostro passato. Momenti in cui la storia si è fermata in una foto, come è scritto sulla copertina.
Calabresi è partito avendo bene in mente tre immagini.

 La foto di Gabriele Basilico che rappresenta un'enorme terrazza coperta di detriti con Beirut sullo sfondo; quella in cui Alex Webb che mostra lo sguardo disperato di un uomo al momento del suo arresto in un campo di fiori gialli a san Ysidro, in California; e quella di Steve McCurry che invee ci fa vedere un gruppo di donne indiane che si abbracciano in mezzo ad una tempesta di sabbia.

   

 

Tutto è nato dalla sua curiosità che solo chi fa il giornalista può comprendere.
Li ha incontrati uno per uno in diverse parti del mondo ed ogni volta ha voluto sapere da loro cosa avessero vissuto e provato un minuto prima ed un minuto dopo aver scattato quella o quelle foto che sono diventate poi un pezzo di storia, segnando l'immaginario collettivo.
Ha ascoltato con attenzione quelle storie e poi ha fatto da tramite - 'semplicemente' - raccontandole.
'Semplicemente' lo dice lui, perché se leggerete questo libro vi accorgerete che dentro c'è tutto l'amore per la sua professione, quella di un grande giornalista, che proprio come quei grandi fotografi, è andato a vedere, capire e testimoniare restituendo la forza e le emozioni dei protagonisti.


C'è Paolo Pellegrin ed il suo indimenticabile viaggio attraverso le terre dell'Islam, e c'è Don McCullin, "il fotografo che più di ogni altro ha mescolato drammaticamente il suo lavoro e la sua storia personale". Sua la foto-simbolo scatatta ad Hue, in Vietnam, ad un soldato nel 1968. Ha gli occhi persi nel vuoto e le mani strette intorno alla canna del fucile, "simbolo di un Paese che si sarebbe perso nella giungla indocinese".

Calabresi ricorda poi il suo divertente incontro con Elliott Erwitt a Torino, dopo la presentazione di una mostra fotografica. Tutti gli avevano fatto le stesse domande e tutti volevano sapere la storia di due sue foto 'cult', quella dei cani che saltano (Parigi, 1989) e quella del bacio nello specchietto dell'auto (Santa Monica, California, 1955). Ma Calabresi no. Non gli chiese nulla in proposito, ma volle invece sapere tutto delle razze e delle tensioni razziali in America "e di quel filo che ha trovato nel suo lavoro".
La cosa colpì talmente tanto Erwitt che decise di passare con lui l'intera mattinata parlando, tra le altre cose, di Kennedy e della sua morte, fino ad una delle sue foto più celebri, quella scattata a Jackie Kennedy ad Arlington, nel novembre del 1963, nel giorno dei funerali del marito.

Di fronte a lei c'è Bob Kennedy che fissa il vuoto tenendo basso lo sguardo. Lei è magnifica in tutto il suo dolore: stringe in mano la bandiera americana, indossa un cappello nero e ha il viso è coperto da una veletta più chiara. All'improvviso c'è una lacrima che vola ed Erwitt la immortala. Molti giornali cancellarono quella lacrima dalla foto, "perchè secondo loro la moglie di un Presidente non aveva diritto di piangere", spiegò Erwitt a Calabresi. Ma è proprio quel particolare, invece, che ha reso quella foto ancora più straordinaria.


E a proposito dei Kennedy, nel libro c'è anche Paul Fusco che si rifiutò di fotografare Bob Kennedy quando era ancora in vita, ma che invece, a trentatre anni, nel giugno del 1968, testimoniò il famoso "Funeral Train" del Presidente, lo speciale tributo che gli fecero più di un milione di americani per 328 chilometri di ferrovia, da New York al Maryland.

Questa foto è invece di Abbas, anche lui uno dei 'dieci protagonisti'del volume, il fotografo che ha raccontato la rivoluzione iraniana "prima come osservatore, poi da persona coinvolta, alla fine solo come testimone preoccupato". E'stata scattata in Afghanistan adun mujahiddin che sorveglia la strada per Kabul stando seduto su un letto a castello vicino ad un ponte.

 

Josef Koudelka è uno dei preferiti di Calabresi. Da fotografo di teatro ad "anonimo praghese" è l'autore di uno dei più grandi reportage della storia della fotografia: la testimonianza della repressione della Primavera di Praga nel sangue nell'agosto del 1968. Ben duecento pellicole che gli costarono venti anni di esilio. Koudelka è ricordato anche per il celebre reportage "Zingari" che fece alla comunità gitana degli anni '60 di Boemia, Moravia, Slovacchia, Ungheria e Romania, raccontando al mondo la loro triste storia.
Ultimo, ma non ultimo, uno degli incontri più belli.

Quello con Sebastião Salgado a Parigi è un altro stupendo incontro, davanti a lui all'ingresso una foto del 1944. Una folla di rifugiati ruandesi alla ricerca del loro spazio nel campo di Benako, in Tanzania.
Una foto ed una nuova storia, entrambe tristi. In quello stesso giorno in cui ha scattato quella foto, infatti, Salgado ha perso anche un amico, il grande pilota Ayrton Senna.


Tanto ci sarebbe ancora da dire di questo bel libro, ricco di storia, sicuramente, ma anche di vita. Quando lo finirete di leggere vi sentirete come si è sentito Calabresi dopo l'incontro con Salgado:  "Quasi assente, in silenzio, incantato da quelle immagini e dalle loro storie".



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