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STORIE D'AMAZZONIA (IV PARTE)
15/03/2015
Americhe
PERU'



La tribù dei Matsès, il rito di iniziazione a Uomo Giaguaro.

Eccola Angamos, distaccamento della marina militare peruviana posto sul rio Yavarì, fiume che politicamente divide il Perù dal Brasile. Il suo piccolo centro è fatto di case-baracche, abitato da poche persone, si respira la stessa aria di Pantoja. Raccolti subito i nostri bagagli acquistiamo gli ultimi viveri ed ingaggiamo due ragazzi Matsès, proprietari di due piccole canoe con motori da 4 cavalli. La fortuna ci aiuta e riusciamo a rimediare anche 4 taniche di benzina da 15 litri ciascuna. Ripartiamo per una nuova avventura alla ricerca degli ultimi uomini giaguaro, la destinazione è il villaggio di Remoyacu, lungo il Rio Galvèz.

La navigazione dura fino al tramonto e troviamo appoggio per la notte su una delle tante spiagge lungo il fiume, la sabbia è tornata ad essere gialla ed il letto del fiume più grande rispetto a quelli ecuadoregni. Scende profonda la notte e con essa le dolci sonorità amazzoniche, sottofondo ad un’atmosfera magica dove tutto si trasforma: gli animali escono dalle tane, gli uccelli intonano le loro dolci melodie, i caimani nuotano indisturbati, ma sono le rane che rovinano tutto, il loro gracchiare è costante e fastidioso.

E’ l’alba quando riapro gli occhi, svegliato da una forte pioggia che si abbatte contro la tenda, aspetto ad uscire, impossibile smontare la tenda in queste condizioni. Dopo quasi un’ora si fa più leggera, ma la giornata è all’insegna della pioggia che con costanza ci perseguita. Navighiamo con acqua che proviene da ogni dove, siamo completamente zuppi, unica nota positiva, la compagnia di delfini che a volte compaiono sul filo d’acqua del fiume. Senza accorgercene arriva il tramonto che come sempre segna la fine di una altro giorno, domani, ci dicono i ragazzi arriveremo a Remoyacu.

E’ il terzo giorno lungo il Rio Galvèz ed oggi la giornata è finalmente soleggiata, la navigazione scorre tranquilla e dopo alcune ore avvistiamo il villaggio. Una sparuta folla di persone ci attende sulla riva per darci il benvenuto, sono tutti sorridenti e nell’incontro sembrano più curiosi loro di noi. Insistono per farci dormire in una delle capanne, accettiamo con piacere ed all’interno montiamo le nostre tende. Notiamo subito le prime differenze rispetto agli Huaroani, le abitazioni sono completamente diverse, le capanne hanno una forma più simile ad una casa, hanno pianta quadrata, finestre e sono sopraelevate rispetto al suolo. I giovani del villaggio presentano aspetti di civilizzazione, dovuta purtroppo ai soliti missionari che in ripetute occasioni sono venuti qui per portare la parola di Dio ed hanno regalato le t-shirt delle squadre di calcio. Come per gli Huaorani, solo gli anziani restano fedeli alle tradizioni. Gli uomini della tribù Matsès sono chiamati anche Uomini Giaguaro, poiché affermano che la loro stirpe discenda da questo felino. Il giaguaro è lo sciamano-animale, il viaggiatore tra i mondi, è grazie al suo viaggiare in questa ed altre realtà che ha acquistato i suoi molti poteri. Passiamo la notte attorno ad un grande fuoco ascoltando i racconti dello sciamano. “Se udite un Giaguaro ruggire, è possibile che lo spirito di un morto stia venendo a parlarvi o forse un Temporale sta per scuotere la vostra vita: potete subirlo con terrore oppure far vostro il potere del Tuono che vi carica di elettricità e risveglia il contatto con Madre Natura. Se un Giaguaro viene a visitarvi, forse state vivendo o vivrete un’eclissi, ma il Giaguaro vi rivela che il Sole Nero non è altro che il Sole che splende sottoterra e illumina un mondo nascosto e poteri che non sospettavate. Di questi poteri fatene tesoro, sappiate però che dovrete far tutto da soli”. Quanta saggezza trasuda dal volto dello sciamano, quanta conoscenza dalle sue parole, eppure, penso, non sa scrivere né leggere. Mi vengono in mente le parole di Tiziano Terzani “La vera conoscenza non viene dai libri, nemmeno da quelli sacri, ma dall’esperienza”. Come tutte le tribù ricche di conoscenze ancestrali anche i Matses hanno dei riti di iniziazione. Lo sciamano racconta che tutti gli uomini della tribù prima di poter essere chiamati tali, devono sottoporsi ad una prova di coraggio e resistenza fisica. Mi ripassano per la mente le sensazioni provate durante il rito dell’ayahuasca e ad un certo punto incrocio lo sguardo di Alessandro che sorridendomi mi dice “Dì la verità vuoi sottoporti al rito d’iniziazione”. Il mio sguardo è fermo e con un deciso cenno della testa dico di sì, il bello è che non so ancora di cosa si tratti. Timidamente chiedo allo sciamano se è consentito anche a noi occidentali mettersi alla prova per diventare guerrieri. Mi sorride e con cenno positivo acconsente alla mia richiesta, “Domattina ti sottoporrai al rito”.Un’altra alba sorge sulla foresta e la nostra giornata comincia con la visita del villaggio e alcune rappresentazioni da parte delle donne, ma soprattutto per me è il grande giorno. E’ tarda mattinata quando lo sciamano mi chiede se sono pronto. “Eccomi!”, rispondo.

Entiamo in una capanna e lui comincia a mescolare una strana sostanza di colore verde, molto densa, la quantità è piccola e sottovoce lo sento pronunciare strani frasi totalmente incomprensibili. Prende un piccolo pezzo di legno e dopo averlo reso incandescente mi provoca cinque piccole ustioni sul braccio destro. Aspetta qualche minuto che la pelle sia bruciata completamente e con la delicatezza di un ippopotamo, tira via i primi strati di pelle, ormai morti. Le piccole ustioni fanno male, ma stringo i denti ed ecco che sulla mia carne viva pone questa strana sostanza verde, è veleno!!! Veleno ricavato da una pericolosa rana amazzonica. Mi viene imposto di bere uno schifoso liquido giallo. “Ti servirà per vomitare”, mi dice con sguardo serio lo sciamano! Oramai è troppo tardi penso, oh dove mi sono cacciato!

Pochi minuti e mi ritrovo in uno stato fisico devastante. Il veleno sta cominciando a fare il suo effetto. E’ una sensazione stranissima perché a differenza di una sbornia o di qualsiasi altra cosa che ti fa stare male, ho la mente perfettamente lucida, cosciente, quasi come fosse separata dal corpo fisico. E’ come se la mia mente osservasse dal di fuori quello che mi sta accadendo. Sono passati circa 10 minuti ed il veleno ormai è in circolo, sento lentamente il mio corpo abbandonarmi ed io non posso fare nulla. Ascolto le voci dei miei compagni, sono preoccupati e dicono in continuazione “Suda troppo è gelido, ha la tachicardia, il battito è troppo forte!”. Ho paura, tanta paura e penso di non farcela, mi sento davvero male, non riesco a muovere gambe e braccia, sono paralizzato! Ma chi cazzo me l’ha fatto fare, ho superato il mio limite! Invoco l’aiuto dei miei cari che non ci sono più, mi appello alle ultime forze.
Sono trascorsi oltre 20 minuti quando timidamente il mio corpo comincia a riprendersi, lentamente ritrovo le forze, comincio a vomitare. Riesco a muovere di nuovo gli arti e lentamente ritorno nel pieno delle mie capacità motorie, sono fuori pericolo c’è l’ho fatta, ad ogni vomito espello le tossine del veleno.
Riapro gli occhi e ripenso a quegli attimi tremendi, ho pensato davvero di non farcela. Ritrovo i miei compagni che mi danno dell’acqua e della frutta. Sono passate alcune ore ed ora mi sento decisamente meglio, camminando per il villaggio noto che tutti mi osservano, sul braccio destro porto i segni del rituale. In un attimo arriva la notte e con essa cado in un sonno profondo. Alessandro dorme con me, per vigilare sul mio stato psicofisico. I Matsès dicono che se il veleno non ti ammazza ti rende più forte, per loro portare quelle cicatrici è un segno di forza, alcuni uomini ne hanno le braccia piene. Trascorriamo l’ultimo giorno con la tribù andando nella foresta ed osservando il loro modo di cacciare, con maestria usando arco e freccia uccidono una scimmia. La spedizione oramai volge al termine, è l’ultima notte nel villaggio, domani riprendiamo le canoe e con 2 giorni di navigazione saremo ad Angamos. Gli addii come sempre sono dolorosi e questo forse un po’ di più, lasciamo la riva e quando ormai la canoa è al centro del fiume, dal villaggio si alza un urlo fortissimo, sono tutti con le braccia alte in segno di saluto, è commovente, noi rispondiamo con un urlo altrettanto forte, grido a squarcia gola ed il mio volto si bagna, ma stavolta non sono gocce di pioggia.
Dopo oltre due giorni di navigazione siamo ad Angamos, rimontiamo per l’ultima volta le tende e passiamo il pomeriggio a fare ordine, domattina verrà l’aereo per riportarci ad Iquitos. Quest’oggi l’alba ha un sapore particolare, esco dalla tenda quando è ancora buio, ho voglia di godermi questi ultimi attimi da solo, io e la foresta.


Ripenso a tutta quest’avventura e faccio fatica a credere di averla vissuta davvero. Un mese nella foresta, incontrando un mondo diverso dal nostro, mi guardo le braccia e sono piene di bolle, il mio volto è scarno, denutrito, ho diverse piccole ferite lungo il corpo ed allora mi chiedo se né è valsa davvero la pena. E’ valsa la pena percorrere fangosissimi sentieri sotto la pioggia per vedere villaggi di indios? Farsi un culo al limite della resistenza umana in una faticosissima e pericolosa foresta? Camminare con l’acqua a volte alla vita, sotto una pioggia perenne ed essere punto continuamente da migliaia di insetti? Sopportare fame, disumana fatica, bere acqua bollita e demineralizzata, portare vestiti sempre bagnati, fumo e sporcizia, ferite e distorsioni per vedere gli ultimi segni di un mondo che ormai è quasi finito?

La mia risposta è SI, SI, SI. E’ valsa la pena essere testimone di un mondo che sta scomparendo, conoscere di persona gli ultimi veri indios, custodi di conoscenze ancestrali. Cogliere le ultime manifestazioni di culture e modi di vivere che già domani saranno un ricordo. Cercare di capire una realtà molto distante dalla nostra e provare ad adeguarsi, spogliarsi del nostro occidentalismo cercando di ricucire quel cordone ombelicale con Madre Natura che la nostra beneamata società occidentale taglia maldestramente alla nascita. SI, SI, SI perché sono convinto che almeno una volta nella vita bisogna mettersi alla prova, tornando per un momento a condizioni di vita che sono quelle naturali dell’essere umano.

 





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