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INDIA (I PARTE)
01/04/2015
Asia
INDIA



Delhi e il Rajastan dei maharaja

Sono al ritiro bagagli dell’aeroporto di New Delhi, sono in India. Erano alcuni anni che pensavo di andarci, ma sentivo dentro di me che non era ancora arrivato il momento. L’India non la scegli e Lei che sceglie te.
E’ il 26 ottobre del 2011 e finalmente sono atterrato a Delhi, porto con me le mie incertezze, domande, paure e tanta curiosità verso questo paese così mistico. L’India merita rispetto, non è un paese come gli altri e per “viverla” devi essere preparato nella mente e nello spirito, viverla significa calarti nella sua dimensione, viaggiare nei loro autobus, treni, camminare per le sue affollate e spesso maleodoranti strade, solo in questo modo potrai dire di aver conosciuto l’India. Il nuovo aeroporto internazionale di Delhi è come uno dei tanti che si trovano nelle capitali del mondo: grande, immenso, bello e supertecnologico. Prendo un taxi e mi faccio accompagnare a Main Bazar, posto strategico per visitare la città e vicino alla principale stazione dei treni di Delhi. L'impatto è forte, mi sembra di essere stato catapultato in una dimensione parallela, mi rendo conto che nessuna foto, nessun libro, nessun documentario, nessun racconto di viaggio riesce a prepararti all'India.

Il taxi si avvicina al centro città e lo scenario cambia: sporcizia, traffico, anarchia totale delle strade, fiumi di gente, commistione totale tra persone e animali. Sono arrivato nel quartiere di Main Bazar, scendo dal taxi ed ecco che di colpo l’India colpisce un altro dei miei 5 sensi, l’olfatto: aria pesante, intensa, maleodorante, profumi di spezie si mescolano alla puzza di piscio di vacca e smog, faccio fatica a respirare. Sono assalito da un senso di sconforto, voglio andare via, non mi piace! Non resisto 25 giorni in questo paese! Eppure, penso, cavolo, sono stato già in altri posti “intensi” del mondo, cosa mi succede? Mi chiudo in hostel e cerco di rilassarmi, calmati Marco, mi ripeto, se sei qui ci sarà un motivo e puoi scoprirlo solo vivendo questa nuova avventura, non certo scappando.
Rilassato dopo una doccia rinfrescante, esco per le strade e comincio a camminare, osservo le persone e loro osservano me, le strade sono quelle di Chandni Chowk, il vecchio bazar, strade affollatissime, percorro le vie interne straripanti di negozietti e traffico fino ad arrivare a Jama Masijd, la moschea più grande dell’India. Il mio primo giorno si conclude con serenità, lo stato di ansia mi sta abbandonando lasciando posto alla curiosità. Dedico un altro giorno a Delhi e visito il famoso Red Fort, bello ed impressionante, ma il luogo che più mi interessa è a sud del Forte, sulla sponda del fiume Yamuna, il Raj Ghat.

Qui Mahatma Gandhi fu cremato nel 1948, il nome ghat lascia pensare ad un luogo come Varanasi ed invece si arriva in un bel parco, pulito, ordinato, un luogo semplice ma che emana un’energia particolare. Il silenzio regna sovrano, chiudo gli occhi e mi emoziono, alcune lacrime bagnano il mio viso, avverto una forza particolare, Mahatma la grande anima è con me, un gruppo di donne sedute per terra intonano per tutto il tempo un mantra, vige un’atmosfera magica. Sognavo questo momento ed anche se sono passati oltre 60 anni dalla scomparsa di Gandhi, lo sento fortemente vicino a me.

Ormai sono trascorsi alcuni giorni dal mio arrivo in India e questo paese comincia a conquistarmi. E’ arrivato il tempo di lasciare Delhi, i 25 giorni che prima mi pesavano cominciano a sembrare pochi, acquisto il biglietto del treno per Bikaner, città situata nel nord ovest del Rajastan e parto in prima serata. Dopo aver trascorso l’intera notte in treno eccomi nella città, la cui visita nasconde un altro desiderio: visitare l’unico tempio al mondo, dove le persone venerano i topi. Lo scenario di Bikaner è completamente diverso da quello di Delhi, terreno sabbioso ed arido, ma fa meno caldo, mi sistemo in una guest house e subito con un tuk tuk mi faccio portare al Karni Mata Temple. Ecco il tempio dei topi, vietato entrare con le scarpe, ma è consentito mettere i calzini, ne indosso 3 paia ed entro. E’ davvero un luogo particolare, ci sono topi dappertutto, piccoli e grandi, grassi e rachitici e gironzolano liberamente tra i miei piedi. Sedute per terra diverse persone intonano un mantra ed in segno di offerta verso la dea portano dolci e latte.

 La storia è molto singolare, la leggenda infatti narra che la dea Karni Mata infuriatasi con Yama il Dio della morte, fece reincarnare tutti i cantastorie in ratti. Molti indiani vengono in pellegrinaggio sin qui per cercare di vedere i rarissimi topi bianchi albini, poiché si racconta che chi ne vede uno, anche per pochi secondi, si propizia le grazie della Dea attirando fortuna su se stesso e sui suoi cari. Rientro a Bikaner e dopo aver dedicato un altro giorno alla visita di questa affascinante città, tra templi indù e giainisti prenoto un altro biglietto del treno, stavolta con destinazione Jaisalmer.

Sono le 5 del mattino, suona la sveglia, il treno parte alle 6 ed ancora assonnato mi reco in stazione. L’unico straniero in fila sono io, arrivato il mio turno saluto il bigliettaio dicendo “Ram Ram Sa”, che significa saluto la divinità che è dentro di te, attiro la sua attenzione e con sguardo sorridente mi consegna il biglietto, ricambiando il saluto. Osservo il biglietto e penso ci sia un errore nella cifra, invece no! Cavolo per coprire una distanza pari a Napoli-Firenze pago l’equivalente in euro di soli 0,80 centesimi! Il treno parte in orario, lo scenario che osservo è di immense distese di sabbia, qualche villaggio sparso qua e là, i miei compagni di vagone sono per lo più, donne, bambini, anziani e galline, c’è chi porta patate, verdure e qualsiasi altro tipo di cianfrusaglia. Dopo circa 8 ore di viaggio eccomi a Jaisalmer, 40km più ad ovest c’è il Pakistan. I miei occhi sono subito rapiti dallo splendido Forte che protegge la città, i suoi 99 bastioni fanno subito capire l’importanza che questa città ha avuto in epoche passate. I vicoli che si snodano all’interno della fortezza sono impressionanti, un labirinto di edifici collegati l’uno con gli altri e con decorazioni in pietra e ceramica. La cittadina è un posto incredibile, ci sono porte di abitazioni dipinte, templi, palazzetti in arenaria decorati, mucche, botteghe, bancarelle che vendono i famosi tessuti con specchietti, gioielli, oggetti vecchi in legno. Di ritorno alla guest house mi fermo davanti ad una sorta di Coffee shop, o per meglio dire Lassi shop, pare sia l’unico posto autorizzato del Rajastan nel quale possono somministrare bevande con erba di marijuana. Mi fermo ed approfitto della situazione, dr Bhang, proprietario del posto, mi dice che esistono diversi tipi di Lassi, easy, medium e strong. “Dai mr Bhang dammi un strong”, esclamo, ma Bhang mi sconsiglia dicendo che essendo la prima volta meglio non andare oltre il medium. Bevo il cocktail e trascorro qualche ora facendo chiacchiera con altri viaggiatori, gli effetti del lassi arrivano dopo un po’, niente di eccezionale, ma l’atmosfera intorno a me è davvero simpatica.

E’ trascorso un altro giorno e sento sempre di più che l’India ormai ha conquistato la mia anima. Ho prenotato un’escursione con pernottamento nel deserto e con altri viaggiatori nel pomeriggio partiamo per lo sconfinato deserto indiano. Facciamo la solita cammellata di rito e dopo poche ore arriva il tramonto, stupendo, con pace e tranquillità che regnano sovrane. Ceniamo tutti attorno al fuoco, mentre uno dei ragazzi suona la chitarra osservo il cielo, ha un blu così intenso che sembra esser stato dipinto, le migliaia di stelle emanano un luccichio fortissimo, vorrei fermare il tempo, sono felice e mi rendo conto di come la felicità è sempre intorno a noi, basta solo cercarla nel modo giusto. Disteso su un telo di paglia e con gli occhi rivolti al cielo mi addormento serenamente.

Rientrato in città riparto subito per Jodhpur, comunemente chiamata la città blu. Se il Forte di Jasailmer mi aveva entusiasmato quello di Meherangarh mi lascia senza parole, la sua imponenza è impressionante. Entro subito a esplorarlo ed al suo interno si snodano cortili e palazzi in pietra finemente decorata con intagli e vetri colorati. Alla vista di tanta meraviglia sono elettrizzato, qui c’è l’essenza vera del Rajasthan, quella che tanto avevo sognato! Esco dal Forte che è buio ed un altro spettacolo si presenta alla mia vista, la città blu è davvero blu, Jodhpur è magica, mi dirigo subito nel quartiere di Brahampuri, quello dei Brahmini, tutti mi guardano con occhio curioso, non ci sono turisti. La sensazione è meravigliosa, sembra di essere in un altro secolo, in un mondo tutto blu abitato da gente vestita con abiti coloratissimi, per nulla diffidente, anzi avvolgente e discreta, proseguo il mio andare ma ormai è tardi e decido di rientrare in hostel. Mi sveglio con calma e dopo una buona colazione, mi catapulto verso la Torre dell’orologio, cuore della città vecchia.

 

Nelle vicinanze si svolge il vivace mercato, è bella Jodhpur, girare per le sue strade è meraviglioso e poi adoro i mercati, mi piace osservare le persone, starmene in un angolino e guardare la vita scorrere. Attraverso il mercato si capisce molto di un popolo, guardare il loro gesticolare e vederli interagire gli uni con gli altri ti aiuta ad abbattere quelle barriere che le diverse società pongono l’una all’altra e a capire che forse siamo tutti uguali, solo con modi diversi di relazionarci. Ci sono carri che espongono ogni sorta di frutta e verdura, donne sedute a terra con mercanzie varie, profumi e puzze che come sempre si mescolano le una alle altre. Passo una giornata mescolandomi tra la gente e a malincuore torno in hostel, dalla terrazza godo l’ultima vista sulla magica città blu.

Questa mattina parto presto, il viaggio per arrivare a Udaipur è lungo e durante il percorso decido di fare una sosta al Ranakpur Temple, tempio incantevole con 1443 colonne dritte e una sola storta, la cosa bella è trovarla, mi perdo infatti tra le colonne in una atmosfera di pace e con la voglia di girare e basta. Arrivo in città nel primo pomeriggio e dopo aver visto il solito palazzo reale ed i suoi giardini, non sono entusiasta, la città è bella ma non mi colpisce particolarmente, il lago Pichola fa da contorno, i suoi palazzi hanno un bel colore ocra ma molto “museo” e poca vita. La mia mente è a Pushkar e non vedo l’ora di arrivarci, anche perché mi troverò nel bel mezzo del Camel Fair, la famosa fiera dei cammelli. Se il viaggio da Jodhpur a Udaipur era stato lungo questo è davvero lunghissimo, compro il biglietto per uno sleeping bus in una delle tante agenzie.

La mia è una cuccetta, strano in un autobus, prima non mi era mai capitato, ma il ragazzo dell’agenzia mi fa vedere anche le foto! Arrivo alla stazione e già da fuori il bus non mi convince, entro e trovo la sorpresa, la mia cuccetta altro non è che il luogo dove solitamente si posano gli zaini, la differenza è in un materassino color marrone, pieno zeppo di polvere, con davanti due panelli di compensato microforati per far passare aria. Mi hanno fregato, pazienza, non posso farci nulla, nemmeno andare in agenzia e chiedere il rimborso, la stazione degli autobus dista oltre 20km dal centro città. Non mi resta che accomodarmi nel sedile sottostante, tra l’altro unico posto libero, ma anche qui trovo l’ennesima sorpresa, sul pavimento c’è un enorme buco dal quale si vede la strada. Non chiudo occhio tutta la notte ed il viaggio si trasforma in un inferno con rumori che provengono da ogni dove. Arrivo a Puskar che sono appena le 5 del mattino, stordito, stanco e nervoso, per giunta non avendo prenotato nulla devo trovarmi anche un letto per dormire. Busso la porta di diverse guest house ma nessuno mi apre, aspetto l’alba e finalmente trovo un posto letto. Mi risveglio verso mezzogiorno, il caldo è tremendo ed esco subito a conoscere la città: caotica, colorata, sporca, piena di turisti ma con un suo fascino, forse per la presenza del lago, dei ghat, dei tantissimi templi che si incontrano lungo la strada principale, o forse perché c’è il Camel Fair. Appena fuori città in una piana desertica e polverosa ritrovo la fiera, sembra di fare un volo nel passato, cammelli bardati a festa, uomini che indossano abiti stravaganti, fumano narghilè, donne chiromanti e sadhu arrivati da ogni dove. Due grandi ruote panoramiche da un lato ed il Brahma Temple colorato di un rosso vivace, fanno da cornice ad uno scenario da film. 

 Nel mio secondo giorno di visita mi soffermo sul lago sacro ed i suoi ghat, mi incanto nel guardare i sari colorati delle donne, ammirare il loro intimo coinvolgimento in preghiera, gente che si bagna o lava i panni, prega o fa offerte di fiori, il tutto nelle sporche, ma sacre acque del lago. Per strada una donna lebbrosa cerca elemosina, al suo fianco una bimba, forse la figlia, poco più in là santoni che raccolgono offerte per le loro vacche nate con 5 zampe e quindi considerate ancora più sacre. Mi incammino per il tempio di Ramavaikunth e scopro che l’ingresso è vietato ai turisti. Ammiro un paesaggio spettacolare in tutte le direzioni, questa è Pushkar, questa è l’India.

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