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INDIA (III PARTE)
14/04/2015
Asia
INDIA



Bodhgaya la città del Buddha, Rishikesh ed il ritorno a Delhi

Il viaggio continua e prima di lasciare completamente Varanasi visito Sarnath, sito sacro buddista in cui il Buddha predicò il suo primo sermone. Mi trovo catapultato in una nuova dimensione, fatta di pace e amore, eccomi nel mondo buddista. Lasciata Sarnath con un autobus arrivo nella città di Bodhgaya. Qui verso il 500 a.C. Siddhartha Gautama raggiunse l’illuminazione e divenne il Buddha. La città è un luogo cosparso di templi e monasteri di tutte le tradizioni buddiste (tibetani, birmani, bhutanesi, giapponesi, tailandesi), si narra infatti che dopo sei anni di ricerca spirituale e di stretta ascesi, Buddha interruppe l’austera disciplina a cui s’era sottoposto e s’incamminò lungo le rive del fiume Nairanjana che incornicia Bodhgaya. La storia racconta che seduto sotto l’albero della bodhi o pipal, il Buddha raggiunse il nirvana, l’illuminazione completa realizzando la mente dell’onniscienza. Il luogo trasmette subito serenità e pace, alcuni monaci buddisti mi invitano a pregare con loro, sono davanti a uno stupa e con un gesto di estrema naturale gentilezza e condivisione mi fanno toccare con mano la profonda tolleranza e fratellanza universale di questa religione.

  Il luogo è disseminato di stupa, grandi e piccoli, ma il più bello è quello eretto dall’imperatore Ashoka nel II sec. a.C., il grande stupa, chiamato il Mahabodhi. La terra sembra risuonare delle preghiere accumulate in millenni di devozione, qui c’è il cuore del mondo buddista, meta di pellegrinaggio ininterrottamente da oltre 2500 anni. L’India è inesauribile, in questo momento è davvero troppo forte per me, forse è anche colpa mia, sto vivendo troppe emozioni tutte insieme. In pochi giorni mi sono ritrovato nei posti più sacri per l’induismo ed il buddismo, vissuto momenti di alta spiritualità ed al contempo di profonda meditazione sul vero senso della vita. Originariamente in questo viaggio avevo deciso di spingermi fino a Calcutta, ma adesso non più, basta così, voglio ritornare a Delhi e magari, se mi resta qualche giorno, andare al Golden Temple di Amritsar. 

Purtroppo Bodhgaya è molto distante da Delhi, l’aereo è improponibile per il prezzo e decido di viaggiare utilizzando autobus e treno. Puntuale alle 14 parte il mio autobus diretto a Varanasi, sono trascorse ben 8 ore e dopo aver patito caldo e puzze che arrivavano da ogni dove vengo scaricato alla stazione degli autobus di Varanasi, pochi kilometri ed eccomi a quella dei treni. Lo scenario che si presenta davanti a me, sembra la scena di un film drammatico: tutto lo spazio antistante e dentro la stazione è pieno zeppo di persone senzatetto, la strada è un dormitorio pubblico, mi faccio spazio e a zig zag, attento a non pestare nessuno, riesco ad entrare in stazione. La puzza è troppo forte, l’aria irrespirabile, adesso sono stanco del viaggio e stanco di tutto questo: piscio, merda ed ora ritrovo anche dei maledetti babbuini che saltano da un posto all’altro facendo da contorno a questo brutto scenario. Leggo sul display luminoso che il treno che mi porterà a Delhi proviene da Calcutta e dovrebbe arrivare in orario alle 00.30.


Sono le 23 e l’aggiornamento del display indica un ritardo di 2 ore. La pazienza è la virtù dei forti ed allora me ne armo di tanta, tantissima, devo solo aspettare, ma non posso dormire e neanche rilassarmi, non ci sono sedie, per terra è uno schifo e non posso distrarmi un attimo: i babbuini sono in agguato, pronti a derubarmi di qualunque cosa lasci incustodita, compreso lo zaino. Sono le 2 del mattino ed il tabellone si aggiorna nuovamente, il treno arriverà alle 4.30! Non so cosa fare, sono preso dalla sconforto e voglio scappare, voglio il comodo letto di casa mia. Trovo la forza guardandomi intorno, tutta questa gente trascorre, forse, una vita intera in queste condizioni, la mia è solo una notte. Finalmente alle 4.50 del mattino arriva il treno.

Ho prenotato una cuccetta in terza classe AC, entro ed in quello che doveva essere il mio letto trovo 3 bimbi che dormono placidamente, la mamma è sdraiata per terra e gli altri letti sono occupati. Sono in imbarazzo, stanco morto, ma quei bimbi mi fanno troppa tenerezza, sono dolcissimi accovacciati l’uno all’altro, mi stendo per terra. Adesso, davvero sento forte dentro di me gli insegnamenti che questa terra ha saputo darmi. Ogni giorno devo rendere grazie a Dio per quello che ho e non criticare per quello che non ho. Sono le 7 del mattino e la mamma con i bimbi arriva a destinazione, scendono dal treno, i miei occhi incrociano i suoi , non ci diciamo nulla, sono i nostri occhi a parlare, i bimbi assonnati si danno la mano l’uno con l’altro e come piccoli pulcini seguono la mamma. Mi sistemo nel mio letto e con catena e lucchetto fisso il mio zaino alla cuccetta, il sonno mi è quasi passato e trascorro il mio tempo meditando su questa straordinaria avventura. Le ore passano, prima le 10, poi le 14, ancora le 17, mi sembra un’eternità, sono in viaggio da oltre un giorno e Delhi non arriva mai. L’orologio segna le 22 quando il treno si ferma al capolinea, New Delhi station, 36 ore di viaggio, stremato nel vero senso della parola, ritorno nello stesso hostel dei primi giorni di viaggio. Mi regalo un giorno di completo relax e decido come trascorrere i miei ultimi giorni in India. Pensavo di andare ad Amritsar, nello stato del Punjab, ma sono stanco di fare lunghi spostamenti, decido allora di andare ad Rishikesh, denominata la capitale mondiale dello yoga. Questa piccola cittadina, poco a nord di Delhi, è diventata famosa negli anni ‘60, quando i Beatles decisero di trascorrere alcuni mesi in un’ashram. E’ importante per gli induisti poiché è qui che confluiscono i tre fiumi più sacri ed importanti dell’India: il Gange, lo Yamuna e il Saraswati. Migliaia sono i pellegrini che ogni anno vengono da tutto il paese, per bagnarsi in queste acque sacre, come migliaia sono gli occidentali: studenti, frikkettoni, sbandati, che vengono qui alla ricerca di qualcosa di nuovo. Il posto è bello, quasi fiabesco, ma dappertutto ci sono cartelli che indicano corsi di yoga giornalieri, settimanali e mensili, ashram con il listino prezzi esposto all’entrata. Tutto troppo commerciale, costruito, non mi piace e decido di rientrare a Delhi per trascorrere i miei ultimi giorni.

 La mia avventura si avvia alla conclusione e prima di partire decido di lasciare il mio piccolo contributo ed osservare con i miei occhi la casa per bambini di Madre Teresa, luogo pieno d’amore, gestito dalle Suore della Carità. Quando arrivo mi chiedono quale reparto voglio visitare: bimbi orfani, bimbi abbandonati, bimbi denutriti, bimbi con handicap, moribondi, malati di tubercolosi, di epatite, malati di mente. Mi si stringe un nodo allo stomaco, non riesco a rispondere. La suora mi guarda e prendendomi la mano dice “Andiamo, il regalo più grande che potrai fare loro è un sorriso”. Trascorro la giornata nel centro incontrando diversi volontari, mi raccontano come aiutare questi piccoli Angeli non sia facile e a volte sei tu che devi trovare davvero tanta forza dentro te stesso. Un volontario che fino a qualche mese fa era a Calcutta mi dice “I loro sorrisi, la loro dolcezza ed il loro amore, ora, solo ora, riesco a capire come mai una città così “terribile” viene chiamata LA CITTA’ DELLA GIOIA”. Cammino lungo questi immensi corridoi, tutti sorridono, i bimbi, le suore, i volontari, incrocio i loro sguardi profondi, ancora una volta sono gli occhi a parlare, mi dicono GRAZIE, siamo contenti di averti qui. Quel nodo allo stomaco è sempre lì fisso, non va via, non vuole andare via, quasi a marcare e farmi capire ancora di più che se hai tanto amore nel tuo cuore non esiste battaglia al mondo che tu non possa vincere. 

 

Scende la notte su New Delhi e questa è davvero l’ultima di questa grande avventura indiana, ma soprattutto di questo grande viaggio dentro la mia anima. Sono per strada ed intorno a me persone che girano su ogni tipo di mezzo: macchine, risciò, asini, carretti e biciclette, e le immancabili vacche, in un traffico caotico con i clacson che suonano all’impazzata. Sembra che tutti si siano dati appuntamento, sembra che l’India mi stia salutando. Ho trascorso quasi un mese in questo paese e se avete letto tutto il mio racconto, beh capirete quante emozioni, belle e brutte, mi ha regalato l’India, di come ci sono delle cose a cui è impossibile fare l’abitudine, come ad esempio guardare bambini nudi e sporchi che dormono per terra, chiedono l’elemosina ai semafori, tengono in braccio fratellini minori con degli occhi che non ti scordi più, quegli stessi bimbi poi che vedi sorridere e giocare tra la polvere o le pozze d’acqua putrida. L’India è inesauribile, affascinante ma è anche assurda ed emotivamente violenta: miseria, sporcizia, fogne a cielo aperto che scorrono tra il marciapiede e le case, cibi dai colori forti, minuscole botteghe piene di qualsiasi merce, uomini accovacciati sui marciapiedi, che dormono sul banco da lavoro o che improvvisano i lavori più impensabili: chi ti pulisce le orecchie, chi con una vecchia bilancia ti pesa, chi ti vende medicine miracolose, chi si improvvisa fachiro, chi menestrello.
E’ tempo di saluti, arrivederci India e grazie per avermi fatto sorridere, innervosire, crescere come uomo, ma soprattutto piangere, piangere di quelle lacrime così dense che hanno lasciato dei solchi profondi ed indelebili sul mio volto e nel mio cuore. Sei bella ed affascinante, ma allo stesso tempo tremenda, un po’ come la tigre stessa, che è il tuo simbolo, da una parte affascina e dall’altra fa paura.





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