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GIORDANIA (I PARTE)
27/04/2015
Asia
Giordania



Petra e il deserto del Wadi Rum

Prima di partire ero curioso ed impaziente di vedere Petra, quasi la Giordania fosse solo Lei ed invece conoscendo questo paese ho realizzato che, oltre a Petra, c’è tanto da vivere e scoprire. Persone meravigliose che però hanno gli occhi tristi, quella tristezza che deriva dalla particolare collocazione geografica del paese, tra Libano, Siria, Israele, Palestina ed Iraq. La capitale Amman è stupenda con i suoi innumerevoli colli e i suoi vicoli, ricordano la mia Napoli, poi ci sono: le rovine di Umn Quais dalle quali si vede l'antica Nazaret, l'antica Jerash, il parco nazionale di Dana, il mar Morto, la magica Petra ed il maestoso deserto del Wadi Rum. La Giordania è il sorriso della gente, la loro curiosità verso gli altri e l’ospitalità unica e sincera. Purtroppo però il paese è anche il volto di piccoli angeli conosciuti nei campi profughi, angeli che per colpe non loro, non potranno mai vivere un’infanzia degna di essere chiamata tale.

La capitale della Giordania mi dà il benvenuto: bella, grande, affascinante, le sue strade sono un continuo saliscendi, la sua gente un miscuglio di colori. Mi ritrovo subito sul bus diretto a Petra e lungo il tragitto faccio una sosta al sito archeologico di Shawbak dove visito le rovine del castello ridiscendendo a valle attraverso il vecchio passaggio segreto. Qui trovo una locanda e provo il mio primo falafel (pietanza mediorientale costituita da polpette fritte e speziate a base di legumi, tra cui i più utilizzati sono le fave, i ceci e i fagioli). Il viaggio prosegue ed ecco all’orizzonte Beida (la piccola Petra), sito archeologico più antico di Petra stessa da cui dista circa 4 Km. E’ una meta poco battuta dal turismo di massa ma, grazie alle sue dimensioni contenute, ha un sorprendente fascino. Le pareti di arenaria sono spaccate da un profondo e stretto crepaccio, il Siq-el-Barid, un passaggio largo poco più di due metri. Dopo questa strettoia appare una piccola valle, ed ecco le testimonianze dell’antico passato: un tempio con una scalinata, un altro tempio a quattro colonne con capitelli nabatei ad aquila. Dappertutto si notano ripide scale che portano verso cisterne: su in alto i Nabatei avevano ideato un sistema di canalizzazione che sfruttando cavità naturali convogliava l’acqua fino a scavare numerosi piccoli canali che fungevano da pozzi di raccolta.

 
E’ sera quando arrivo a Petra, sistemo i miei bagagli e con ansia aspetto che sia domani. La straordinaria bellezza insita in questo luogo è perfettamente descritta nelle parole di Lawrence d'Arabia: “Petra è il più bel luogo della terra. Non per le sue rovine, ma per i colori delle sue rocce, tutte rosse e nere con strisce verdi ed azzurre, quasi dei piccoli corrugamenti, e per le forme delle sue pietre e guglie, e per la sua fantastica gola, in cui scorre l'acqua sorgiva e che è larga appena quanto basta per far passare un cammello. Ne ho letto una serie infinita di descrizioni, ma queste non riescono assolutamente a darne un'idea e sono sicuro che nemmeno io sono capace di farlo. Quindi tu non saprai mai che cosa sia Petra in realtà, a meno che tu non ci venga di persona. Solo le immagini in un sogno di fanciullezza si affacciano talvolta così immense e silenziose.” Questa è Petra.
Entro nel sito archeologico e percorro una strada polverosa, riecheggiano nella mia mente le antiche gesta di cavalieri valorosi che nei secoli passati vivevano in questo luogo. La città nascosta dei Nabatei mi sta aprendo le sue porte, mi trovo all’imbocco del Siq, la stradina tortuosa in leggera discesa, lunga circa 1 Km e mezzo, che quasi segretamente conduce all’interno della città. Cammino molto piano, lo scenario è magico: contrasti fra luci ed ombre, cambiamenti di colori che spaziano dal bianco al rosa, all’arancio, al rosso, al celeste, al blu, si vedono condotti scavati nella roccia, tempietti dedicati alla divinità di pietra e tombe rupestri; su una parete un’erosione che sembra naturale è invece un grande bassorilievo, rappresentante un carovaniere che conduce i suoi dromedari ad abbeverarsi. Emozionato, avanzo notando l’improvvisa variazione di luce, d’un tratto l’atmosfera silenziosa ed austera si anima: nella luce accecante del sole, davanti a me, imponente, ecco comparire il Khasné Firaun, il Tesoro del faraone.

 
La facciata è stupenda interamente scavata nella pietra per 43 metri di altezza e 30 di larghezza, nel piazzale antistante numerosi turisti, muli, dromedari, uomini con il caratteristico copricapo a quadri bianchi e rossi. Dopo aver salito alcuni gradini mi affaccio all’interno, c’è una stanza completamente vuota, perfettamente squadrata e tagliata nella roccia. Sul soffitto, alle tipiche striature di colori naturali, si è aggiunto il nero del fumo dovuto ai bivacchi dei beduini che utilizzavano questi monumenti come abitazioni e luoghi di riparo per gli animali. Sono curioso e proseguo la visita lungo il percorso che si snoda alla destra del Tesoro. Dappertutto nicchie naturali, templi, tempietti e tombe ricavate nella roccia punteggiano le pareti di arenaria; montagne che sembrano liquefarsi al sole, mescolanze di colori che sembrano prodotte dall’azione del vento. La zona della necropoli è costellata di grotte scavate nella roccia con incredibili striature di colori naturali, ed io voglio godermela tutta e perciò proseguo dirigendomi verso il Deir, meglio conosciuto come il Monastero. Il percorso è affascinante, tutto in salita, lungo il tragitto molti turisti, sotto alcune tende beduine delle donne, con abiti finemente ricamati, mi invitano a guardare i monili in vendita. Arrivo in cima alla montagna, davanti a me in tutta la sua imponenza, il Monastero, protetto dall’abbraccio della cima del Jebel el-Deir, la sua maestosa facciata mi lascia senza parole. Il mio sguardo è diretto alle vette delle montagne circostanti, di sotto, imponenti canyons completano lo scenario. Il freddo è pungente ed il tempo sta cominciando a cambiare, quindi felice ed estasiato decido di tornare a valle.

 
Lungo la strada poche persone, il terreno si fa sempre più rosso, uno dei tramonti più belli della mia vita, sono arrivato nel deserto del Wadi Rum. E’ già buio quando raggiungo l’accampamento e sotto un cielo costellato di stelle, trovo sistemazione in una tenda beduina. Il freddo scende nel deserto, ma voglio godermi questo momento, bardato con cappello e piumino, mi poggio sulla sabbia e penso all’immensità del deserto, faccio due passi ed il silenzio regna sovrano. Il deserto nasconde mille tesori, ma per trovarli bisogna guardarlo con gli stessi occhi dei beduini, liberi da pregiudizi e tecnologia. Rientro al campo per cenare, tipica cena beduina con verdure, riso e agnello, accompagnata da canti e danze. L’accampamento si trova ai piedi di una parete di roccia, una ventina di tende disposte intorno ad un’area centrale, sono piccole ed essenziali. E’ l’alba quando riapro gli occhi, oggi farò un’escursione nel deserto. Ponti di roccia, scorci fantastici, dune di sabbia, iscrizioni nabatee sulle rocce, e canyon: non si può lasciare il Wadi Rum senza aver scoperto i suoi segreti. Mi arrampico su una roccia dove ci sono delle incisioni antichissime, dall’alto sento solo il mio respiro, il deserto è vastissimo, sembra quasi ricordarmi quanto siamo piccoli e passeggeri in questo mondo.

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