Facebook Facebook YouTube Google+ Instagram National geographic
  Photo Gallery
clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire clicca per ingrandire
EVEREST BASE CAMP & ISLAND PEAK 6189MT (IV PARTE)
31/01/2016
Asia
Nepal



Il Kala Patthar, l'Island Peak ed in rientro a Kathmandu

Non riesco a dormire: Gorak Shep si trova ad un altitudine di 5165mt e la mancanza di ossigeno crea una insolita adrenalina. Puntuale alle 4.30 a.m. suona la sveglia, subito arriva Sonam e mi dice: "30 minutes we go!". Apro il sacco a pelo, sono avvolto da un freddo incredibile ed alzarmi è proprio l’ultima cosa che vorrei fare. Il pensiero della vetta del Kala Patthar mi dà, però, la forza! Comincio il cammino in piena notte, la temperatura è di -18°. Sono passati solo pochi minuti e già non sento più le dita dei piedi. Mi  concentro seguendo i passi di Sonam che recita, senza fermarsi un attimo, un mantra mentre io faccio luce con la lampada frontale. L’ultimo tratto sembra interminabile, ma finalmente alle 6:19 del mattino raggiungo la vetta a 5565mt: la Pietra Nera, il Kala Patthar, "la montagna che prega" è conquistata! Ovunque, distanziate di alcuni metri l’una dall’altra, ci sono lastre di pietra che creano piccoli altarini devozionali. Sulla vetta c’è un pennone a cui sono attaccate innumerevoli bandierine di preghiera, in balìa del vento che soffia costantemente. Stendo religiosamente le mie cinque bandierine di preghiera, ho gli occhi lucidi, lo spettacolo è indescrivibile. L’Everest è lì, si può quasi toccarlo con una mano, ma è il Pumori con i suoi 7161mt, che svetta prepotente dinanzi a me, re incontrastato della scena.

 

Non vorrei più staccare lo sguardo da questa visione da sogno, ma la cima è piccola ed il vento rende tutto ancor più difficile. La salita, come per il Cho La pass, è stata faticosa  ma la tolleranza alla "sofferenza" fisica e la determinazione a non mollare, sono stati i mordenti fondamentali che mi hanno consentito di arrivare in vetta. Il ginocchio malconcio non mi ha dato una mano e camminare su un fondo pietroso, col piede mai in posizione orizzontale, ha reso tutto ancor più complicato.
La via per il Kala Patthar è un sentiero che si inerpica in forte pendenza e l’unico modo di salire è procedere con passi piccoli e lenti. Via via che si procede con la salita si prova ad alternare con passi più "regolari" ma poi corpo sente la fame di ossigeno e ha una come una sorta di "piccola crisi". Il cervello è l’organo che consuma più energia, quindi, è bene imparare a distogliere la mente da pensieri "invadenti". Adesso, mi è chiaro perché Sonam ha recitato continuamente il mantra lungo tutta la salita: "OM MANI PADME HUM" ovvero “Oh grande Signore, assiso sul fiore di loto, luminoso come gioiello, prendo rifugio in te”.
Rientro a Gorak Shep (5165mt) e, dopo essermi rifocillato, riparto alla volta di Dingboche (4400mt). Il lungo sentiero che percorro attraversa vallate da cartolina! Così ne approfitto per fermarmi a pranzo nel carino agglomerato di case di Tucla.

 

Attraverso luoghi incantanti, nuvole basse creano un atmosfera quasi surreale. Trascorse sette ore di cammino sono a Dingboche. Sonam definisce questa "tappa di decompressione".  Ed ecco passata questa, il gruppo sarà ben acclimatato e pronto per tentare l’ultima vetta di questa grande avventura: l’Island Peak a 6189mt! Il mio ginocchio, purtroppo, è ancora dolorante e il camminare incessantemente tutti i giorni, non aiuta di certo la guarigione. Continuo a prendere antinfiammatori e pomate curative, ma mi accorgo che servono a ben poco senza il dovuto riposo. La notte per fortuna scorre serena ed il gruppo intero riposa delle fatiche del giorno precedente. Decompressione effettuata! Con estrema calma ripartiamo ed in poche ore siamo a Chokkung 4850mt, base di tutte le spedizioni per l’Island Peak.

Oramai il tempo di pensare è finito: entro le ore 15:00 Sonam vuol sapere chi se la sente di tentare l’ultima scalata, perchè deve predisporre il campo tendato per domani. Rifletto moltissimo su quale sia la scelta giusta ed alla fine, con grande dispiacere, decido di non tentare la salita. Non mi sento in buona forma e per arrivare in vetta bisogna superare una parete con ghiaccio di circa 100mt con pendenza di oltre 50 gradi: se il ginocchio cedesse d’improvviso sarebbero guai seri. In poche ore arriva sera ed una meravigliosa luna illumina l’intera valle del Khumbu. Pensieri sulla scelta giusta o sbagliata accompagnano la mia notte senza lasciarmi dormire. Dopo una buona colazione, decido di accompagnare i ragazzi al campo base, poche ore e siamo arrivati. Il tempo intanto peggiora e dopo un veloce snack ed aver salutato tutti, ritorno a Chokkung. Una bellissima giornata splende sulla valle del Khumbu, impiego il tempo con una bella sgambata al vicino Chokkung Ri (5565mt). La salita non risulta impegnativa, la pendenza è costante ma graduale. Rientro al lodge e attendo che i ragazzi che tornino dall’Island Peak. Tutti assieme festeggiamo l’ultima vetta dell’avventura. 

 Sulla via del ritorno, la valle del Khumbu ci mostra tutta la sua straordinaria bellezza. Una montagna più di tutte vigila il cammino di chiunque l’attraversi: è l’Ama Dablam (6812mt). Il ritorno non è malinconico, anzi, si potrebbe definire liberatorio. Il tratto da Dingboche a Tengboche è favoloso, soprattutto la prima parte fino a Pangboche. Siamo quasi alla sommità della valle: lo sguardo dominiamo il paesaggio! Sotto di noi sentiamo scorrere un torrente impetuoso e rombante, unica voce costante della natura selvaggia qui.

Ci fermiamo per la notte nel villaggio di Pangboche, dove la sorella di Sonam ha un piccolo lodge. Il trek sta volgendo ormai al termine: domani si scenderà a Namche Bazaar e poi Lukla, dove si tenterà una sorta di  "roulette russa" nela speranza che il piccolo aereo che ci riporterà a Kathmandu  parta.
Continua la discesa e così dai 3900mt si passa ai 3200mt, per poi risalire a circa 3500mt in un'alternza di vari saliscendi. Cammino da solo nel cuore dell’Himalaya ma mi sento a casa: la simbiosi con l’ambiente circostante è una sensazione costante. Il sole è caldo, l’aria frizzante, la vista da brivido. A nord il Nuptse e il Lhotze dissolti tra lievi nuvole d’alta quota, a est l’Ama Dablam che sorveglia attenta il via vai della vallata, ad ogni svolta del sentiero si ammira una cartolina sempre diversa, sempre più incantevole. 

 
Rieccomi a Namche, questo delizioso paesino di montagna, crocevia di tutti i trekking e spedizioni himalayane, accompagna viaggiatori, avventurieri ed alpinisti di tutto il mondo. Che si parta o che si rientri da un trekking, Namche accoglie tutti a braccia aperte! Prendo possesso della mia stanza e dopo una doccia calda (finalmente!!) e un riposino ristoratore, mi ritrovo con tutto il gruppo all’Everest Bakery, dove ci deliziamo con gustosi dolci! 
Ultimo giorno, oggi si conclude il trekking. Ben 23km separano Namche da Lukla, ma questa volta sono quasi tutti in discesa. Sembrerà strano ma per percorrere questa distanza impiego lo stesso tempo dell’andata, a causa della stanchezza accumulata in 20 giorni di trekking con oltre 200km percorsi ad altitudini notevoli. Affronto innumerevoli saliscendi, attraversando ponti sospesi, ritrovo i soliti rischi da correre: fondo insicuro fatto di pietre, sassi, sabbia, rocce sporgenti e lastre coperte di polvere che formano scale irregolari, che salgono e scendono in continuazione.
Ed eccoci così all'ultima serata: ci scambiamo abbracci e pacche sulle spalle, salutiamo e ringraziamo i giovani porters che ci hanno accompagnato in quest’avventura. Siamo comodamente seduti raccontandoci questo stupendo trekking in un clima di contagiosa euforia. La soddisfazione è enorme, sottolineata da Sonam che mi conferma le sue sensazioni positive presagite all’inizio circa l’esito finale di tutta la spedizione. L’adrenalinica euforia si mescola a commozione e riflessioni sul significato del cammino; l’impresa è stata andare in alto sulla cima come pure giù in profondità nel proprio intimo. Il viaggio fuori, ancora una volta, è servito per fare un viaggio ben più profondo nella propria anima. La natura selvaggia lascia poco spazio all’appagamento immediato dei sensi in quanto di notte c’è freddo, non ci sono comodità, si mangia poco e non bene. L’attenzione adesso, però, è passata progressivamente dalle montagne bellissime e granitiche alla profondità della nostra interiorità. Le cime toccate non sono state solo il punto di arrivo, ma solo il mezzo per entrare nella nostra anima.
Il piccolo aereo nell’aeroporto  di Lucla, definito il più pericoloso del mondo ci riporta a Kathmandu. Abbiamo un po’ di tempo e visitiamo Backtapur, Patan e l’affascinante e mistica Pashupatinat. Rientrati in hotel alle 17.00 ci incontriamo con Sonam, per la cena finale del viaggio, al simpatico ristorante Ram Doodle foot, famoso per avere le impronte dei piedi di tanti importanti scalatori.

 





Resta sempre aggiornato con la Newsletter di Backpacker Adventure.
Contattami per approfondimenti o collaborazioni.