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DANIELE NARDI
26/02/2016



Daniele Nardi, nato a Sezze (LT) il 24 giugno 1976, è il primo alpinista, nato al di sotto del Po, ad aver scalato l’Everest e il K2, le due vette più alte al mondo.
Dal 2002, anno in cui ha toccato per la prima volta gli 8.000 sul Cho Oyu (sesta montagna più alta del mondo), non si è più fermato. Oggi è riconosciuto, a livello mondiale, tra i migliori alpinisti in attività. Ha scalato il Broad Peak (8.047 m), il Nanga Parbat (8.126 m), la Middle dello Shisha Pangma (8027 m) e il monte Aconcagua (il più alto del Sud America) dedicandosi anche a progetti unici dal punto di vista tecnico.
L’ultima sfida, lo ha portato ad un soffio dal mito, ma già dentro la storia dell’alpinismo mondiale, raggiungendo a marzo 2015 (nella stagione invernale) i 7830m sul Nanga Parbat (La regina delle montagne, 8126mt in Pakistan).
Daniele ha ricevuto diversi ed importanti riconoscimenti. Nel 2011 viene premiato dal CAI (Club Alpino Italiano) e dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano) per la scalata del Bhagirathi II (India), realizzata insieme a Roberto Delle Monache, in puro stile alpino su una nuova via di misto ghiaccio con punte di difficoltà altissime. L’accreditamento al riconoscimento internazionale “Piolet D’or”, gli Oscar della montagna, per i progetti esplorativi, in Pakistan (apertura della Telegraph Road) e in Italia (una nuova via sul Monte Rosa). Riceve il Premio Coni Lazio 2013 per “Per aver portato il Lazio in vetta al mondo”.
Testimonial sportivo per la formazione: quando non scala, Daniele porta la sua avventura all’interno delle aziende usando la metafora della montagna per vincere le sfide della vita (BNL, Findomestic, Poste Italiane, etc.).
Ambasciatore per i Diritti Umani nel mondo: sostiene progetti di solidarietà in Nepal e Pakistan.
In ogni spedizioni, porta con sé e fa sventolare sulle alte vette l'Alta Bandiera dei Diritti Umani firmata da oltre 20.000 studenti incontrati nelle scuole del Lazio.
Daniele, con l’Associazione Arte e Cultura per i Diritti Umani Onlus, promuovere la campagna mondiale "Gioventù per i Diritti Umani", che ha lo scopo di far conoscere ai giovani di tutto il mondo i 30 articoli della Dichiarazione Universale dei DU in modo che diventino dei validi sostenitori della tolleranza e della pace. 

Autore insieme a Dario Ricci (giornalista di Radio 24) di due splendidi libri.

In vetta al mondo. “Storia del ragazzo di pianura che sfida i ghiacci eterni”

edito da RCS Rizzoli.

La migliore gioventù. “Vita, Trincee e morte degli sportivi italiani nella Grande Guerra”

edito da Infinito Edizioni.

Per maggiori info su Daniele clicca qui www.danielenardi.org

 

Sei una persona molto impegnata nel sociale, questo ti fa onore. L’alta bandiera dei diritti umani è diventata tua compagna di spedizioni, mi spieghi come è nata l’idea e soprattutto quale è la motivazione principale che ti spinge a portare avanti questo progetto?

Oggi la motivazione principale nasce da una comprensione profonda di cosa significa la frase “I diritti umani sono le FONDAMENTA su cui costruire qualunque altra cosa”. Una casa, una strada, una società migliore, la giustizia, poggiano su delle fondamenta ed in tutti questi casi per quanto assurdo può sembrare considerando la differenza tra le une e le altre, sono i diritti umani. Questa comprensione ed il desiderio di rendere utile l’alpinismo ci hanno fatto ideare “L’alta bandiera dei diritti umani” un modo come altri per rendere visibile la “Dichiarazione universale dei D.U.” e sensibilizzare le persone.

 

La realizzazione dei propri sogni si scontra spesso con una società che ci vuole diversi da ciò che desideriamo: standardizzati e pronti a vivere una vita non nostra. Oggi sei un alpinista di fama mondiale che ha saputo realizzare i suoi progetti. Per un ragazzo delle pianure laziali non sarà stato facile farsi strada e farsi apprezzare nel mondo verticale. Raccontami i tuoi inizi, le difficoltà principali che hai incontrato per realizzare i tuoi sogni e la qualità principale che ti ha permesso di emergere.

La difficoltà più grande è la distanza con le grandi montagne Italiane e con il mondo che le rappresenta di più. Essere lontano da Aosta, da Bolzano e dalle altre città Italiane vicine alle Alpi ed alle Dolomiti mi ha messo nelle condizioni di non poter vivere a stretto contatto con quel mondo già precostituito che poteva aiutarmi, anche solo indirettamente, a crescere alpinisticamente. La difficoltà è stata proprio trovare il terreno di allenamento a portata di mano e poter raggiungere facilmente le grandi pareti. Questa distanza e quindi l’assenza da questi luoghi penso che abbia lasciato spazio a pregiudizi. Allo stesso tempo questa distanza mi ha aiutato a sviluppare altre caratteristiche, un pensiero divergente, a volte anche creativo nell’andare a cercare quegli angoli di Appennino che potessero darmi spazio per prepararmi alle grandi montagne. Oggi vivo a Latina, vivo in un luogo lontano dalle Alpi e distante dalle montagne dell’Abruzzo e delle Marche dove le pareti Appenniniche possono diventare molto severe. Per questo ho sempre dovuto impegnarmi a trovare pareti nascoste ad una distanza ragionevole da casa. E poi i viaggi su e giù per l’Italia hanno finito di forgiare il mio carattere alpinistico. Tutto questo credo che mi abbia dato la forza e le abilità di non piegarmi a quello che la società avrebbe voluto da me ma di cercare con forza e determinazione la mia strada. Penso che le mie caratteristiche più marcate siano la determinazione ed il coraggio di andare controcorrente.

 

Essere dei grandi uomini presuppone, a mio modo di vedere, riconoscere i propri limiti, rispettandoli. Sono convinto che solo dopo aver fatto una profonda ed attenta analisi di se stessi, si possa riuscire a realizzare grandi imprese. Edmun Hillary diceva: “Le persone non decidono di diventare straordinarie: decidono di realizzare cose straordinarie”. Sono curioso di avere un tuo parere a riguardo.

Io non penso di essere un grande uomo e non lo dico solo per falsa modestia. I grandi uomini per me sono quelle persone veramente in grado di cambiare il mondo lasciando qualcosa che possa essere di aiuto agli altri. E’ vero devono assolutamente riconoscere i propri limiti, magari rispettandoli anche ma avendo il coraggio di superarli per se stessi, per il loro gruppo e per l’umanità. Hillary aveva ragione anche se modificherei leggermente la frase in “Gli uomini non decidono di essere straordinari, lo sono, quello che fanno è decidere di realizzare cose straordinarie” e dopo averlo deciso le realizzano. Il fatto stesso di fare un’analisi attenta di se stessi, di riuscire a mettersi in gioco e pensare di migliorare, il fatto di guardare in faccia i propri mostri e di affrontarli, già solo questo rende le persone esseri straordinari. Molto spesso queste persone sono ignorate e si celano dietro umili vesti pur facendo del bene a molti. Dovremmo riuscire a guardare anche lì in mezzo e non solo verso le grandi e mediatizzate imprese, scopriremmo un mondo incredibile fatto di gente che lotta ogni giorno per imprese altrettanto o forse anche più importanti.

 

“Vivere una vita libera, vivere una vita di avventura!” Un altro grande alpinista la pensava così: Walter Bonatti. Personalmente mi ritrovo molto in questo pensiero che considero il mio sogno, il mio obiettivo nella vita. Sono convinto che nel cuore della maggior parte delle persone esista il desiderio di vivere una vita nella quale “quando ci si rivede - in un certo senso - ci si ritrova.” Qual è il tuo consiglio, rivolto soprattutto ai giovani che guardano al futuro e mettono i primi mattoncini per vivere la vita che desiderano?

La vita è un’avventura e un gioco straordinario. Ogni mattina quando poggiamo i piedi a terra e cerchiamo di mettere a fuoco la giornata cominciamo a giocare, ma spesso non conosciamo né le regole del gioco ne tantomeno quale è l’obiettivo del gioco. Se facciamo alpinismo sappiamo che la meta è la vetta oppure l’apertura di una via nuova oppure una bella ripetizione di una via. Sappiamo che per lo più non dobbiamo cadere, che abbiamo a disposizione delle corde, un po’ di ferraglia ed un caschetto. Puntiamo il dito sul mappamondo in quella zona dove sappiamo esserci belle montagne e partiamo. La vita non è diversa. Cambia lo scopo del gioco, cambiano gli strumenti che abbiamo con noi e cambiano le regole: rimane pur sempre una meravigliosa e straordinaria avventura. Il consiglio che voglio dare a tutti i giovani che cominciano a mettere i propri mattoni e quindi a giocare è di definire al meglio che possono i loro scopi e le loro mete e a quali regole vogliono giocare. Questo deve essere molto chiaro sin da subito, altrimenti non saranno loro a giocare la partita ma sarà il caso a giocare per loro, come fa il gatto con il topo. Gli strumenti che possiamo usare per giocare sono le abilità che acquisiamo e che possiamo decidere di usare al momento opportuno. L’unica cosa che ci può garantire una buona sopravvivenza sono le abilità che possediamo. Vivere la vita come se fosse una grande avventura, giocare i giochi che si presentano giorno per giorno duramente ma con onestà. Divertirsi, aiutare il prossimo, dare il meglio di se stessi a prescindere se si andrà a cercare tutto questo in montagna, al mare o in città.

 

Quasi tutti da bambini cresciamo con dei miti, dei personaggi da emulare, modelli a cui ispirarsi. Quali sono stati i tuoi?

Non ho avuto miti o persone da emulare, però ci sono state delle persone che per me rappresentavano un modello di vita. Nel mondo alpinistico penso a Renato Casarotto, aveva tentato la via da sogno…la Magic line al K2, aveva riempito i miei ideali alpinistici da bambino. Nel 2007 quando ho scalato il K2, e questo pochi lo sanno, era mia intenzione tentare la Magic line ma non trovai nessuno abbastanza “matto” che volesse seguirmi e quindi alla fine optai per lo Sperone Abruzzi. Mahatma Gandhi, per la forza della sua pacatezza, Giovanni Falcone, per la sua vita contro la mafia, Magic Johnson, è un esempio pazzesco per chi soffre e combatte la malattia usando lo sport, Ayrton Senna, preciso, maniacale nella sua professionalità ma allo stesso tempo simpatico e di una forza assoluta, Robbie Williams, perché con le sue interpretazioni uniche segnò e indirizzò intere generazioni. Oltre a queste persone famose ho avuto altri modelli di persone assolutamente normali che però sapevano pensare diversamente, uno stile che mi piace molto.


La solitudine, una condizione nella quale ti ritrovi spesso durante le tue spedizioni. Come vivi la sua “compagnia”?

La solitudine quando la scelgo come compagna diventa la mia forza. Resto concentrato su me stesso e sulla sfida e mi prendo totalmente la responsabilità delle mie azioni. Quando mi viene imposta allora divento furioso, gestisco male la cosa. E’ un mio punto debole, sopporto a fatica chi abbandona il proprio gruppo o chi isola le persone all’interno di un gruppo. Se un gruppo è tale deve essere in grado di autorigenerarsi internamente dopo le difficoltà che naturalmente si incontrano. Sono molto attento e studioso della comunicazione proprio perché penso che attraverso la comunicazione si possano risolvere i conflitti umani. E’ chiaro che ogni problema richiede una certa quantità di abilità e se non ne hai abbastanza puoi rimanerne schiacciato. Quando invece un paio di anni fa ho tentato la solitaria invernale al Mummery ero al settimo cielo. Il fatto di essere solo non era un limite ma un punto di forza. Sin da ragazzo ho cominciato a fare delle solitarie in montagna: anche se non di elevata difficoltà tecnica queste solitarie hanno forgiato il mio carattere alpinistico. In quelle occasioni mi sembrava possibile testare i veri limiti mentali e capire fino in fondo a che punto potevo spingermi. Capire di quanto margine avessi bisogno per sentirmi sicuro per me era fondamentale. In quelle situazioni “solitarie” la solitudine diveniva uno strumento per conoscermi meglio e allenare determinazione, coraggio e tecnica. Molte volte partivo da casa nel mio paese e arrivavo ai piedi dei Monti Lepini ed in scarpe da ginnastica salivo una parete fino al 6° grado alpinistico. In quel periodo ero totalmente concentrato nel cercare di capire fino a che punto la mente potesse influenzare il corpo nella pratica dello sport della scalata. Questo per me aveva un fascino incredibile.

 

Tutti abbiamo un ricordo che rimane in noi particolarmente impresso perché estremamente significativo, bello o brutto che sia. Hai voglia di raccontarmi il tuo?

Ne avrei diversi da raccontare ma penso che quello più divertente è avvenuto sul ghiacciaio del Baltoro l’anno scorso. Ero a Gore una delle tappe del trekking di avvicinamento al campo base del K2, poco prima di Concordia quando incrocio la spedizione di David Lama e Ansjorg Auer e di Peter Ortner diretti al Masherbrum. Prendiamo un tè con Lama e poi si avvicina anche Auer. Mi faccio avanti per salutarlo e per presentarmi e lui mi stoppa e mi dice “so chi sei”. In un modo o nell’altro finiamo a parlare della sua solitaria al Pesce in Marmolada e scherzando gli faccio una battuta dicendogli che per me era incredibile quello che lui aveva fatto lì e come avesse avuto la capacità di controllare ogni gesto su difficoltà tecniche molto elevate e completamente slegato. Lui mi guarda, sorride e mi fa “E tu lo dici a me? Ma ti rendi conto che io penso la stessa cosa di quello che tu hai fatto sullo sperone Mummery da solo e slegato in pieno inverno?”. Poi mi saluta velocemente e scappa a fare le riprese con il cineoperatore. Rimasi senza parole. In quel momento mi resi realmente conto che spesso non realizziamo quello che facciamo fino a quando qualcuno che stimiamo non ce lo fa presente. A volte la straordinarietà di quello che facciamo può diventare per noi banale routine e trappola mortale se non se ne riesce ad acquisire una piena consapevolezza. C’è un altro aneddoto che ricordo dolorosamente ed è legato al K2 quando Stefano Zavka scomparve nella bufera durante la discesa. Il 24 giugno, all’inizio della spedizione, io e Stefano compievamo gli anni, lui 3 anni più grande di me. Il cuoco della spedizione ci preparò una torta proprio sul ghiacciaio del Baltoro. Sedemmo nella tenda cucina e uno accanto all’altro festeggiammo il nostro compleanno parlando di montagna e di progetti futuri da fare insieme. Per me fu un momento speciale dove un’amicizia stava nascendo e che non dimenticherò mai.

 

Penso non portare a termine una spedizione, inteso rispetto ai progetti che ci si era posti, non si possa considerare una sconfitta. L’uomo per natura sbaglia e grazie a questo impara, entra in contatto con i suoi limiti e grazie a questo cresce, a volte ci si può sentire falliti e grazie a questo si può reagire e motivarsi ancora di più. In tal senso io penso che le tue spedizioni al Nanga Parbat si possano considerare, al pari di altre spedizioni “riuscite”, delle tue grandi vittorie. Ernest Shackleton non raggiunse mai il Polo Sud, eppure oggi è ricordato dal mondo intero come l’uomo simbolo della Heroic Age; Reinhold Messner è arrivato ai piedi del Nanga Parbat ed è tornato indietro perché aveva paura eppure per tutti è un mito. Quanto ha dato il Nanga Parbat a l’uomo Daniele Nardi?

Tanto. Il Nanga mi ha dato veramente tanto e allo stesso tempo mi ha tolto veramente tanto. In quel teatro ho testato e provato tutto quello che avevo dentro, tutte le mie abilità, le mie speranze, la mia determinazione, il coraggio e tanto altro ancora. L’ho fatto in direzione di una via nuova “verso l’ignoto” (titolo del film documentario in uscita in questi mesi che racconta tre anni di tentativi escluso il presente) sullo sperone Mummery. Ho affrontato la crisi della Revol quando è stata male a 5100m nel 2013, ho provato la vera solitudine e l’impotenza di fronte ad avvenimenti in cui non potevo fare nulla. Ho affrontato la crisi di paura di Roberto, ho dovuto affrontare le mie paure, il volo sulla via Kinshofer di quest’anno, il salvataggio di Bieleki, discussioni e disaccordi e poi ancora amicizia e vita e passione e potrei continuare ancora a lungo prima di completare questa lista. Ho provato la sensazione quasi totalizzante e mistica del raggiungere “quasi la vetta” e poi l’abbandono di quest’anno. Eppure penso ancora che il Nanga Parbat sia molto più di questo. Un’esperienza umana di impareggiabile valore e allo stesso tempo un importante bagaglio alpinistico. Il Nanga è i diritti umani, è l’insieme dei messaggi di solidarietà che mi sono arrivati da tante persone. Persone che abbiano capito e accettato che una bandiera di questo tipo fosse giusto arrivasse in vetta al Nanga. Una bandiera supportata da centinaia di ragazzi con cui mi sono collegato in diretta nelle scuole e che hanno seguito la bandiera ed il suo viaggio. Anche se non sono arrivato in vetta di inverno visto che ho toccato questa cima d’estate, anche se probabilmente non ci saranno altre occasioni per tentare di nuovo di inverno, per me questi 4 anni non sono un fallimento ma un arricchimento perché ho scoperto cose di me e della “montagna” che altrimenti mi sarebbero rimaste celate e per me questo ha un enorme valore.

 


L’alpinismo, come il mondo, è in continua evoluzione. Negli anni ‘50 l’obiettivo principale degli alpinisti era raggiungere le vette più alte del mondo. Col passare degli anni è diventato scalare gli ottomila senza l’aiuto dell’ossigeno, oggi scalare d’inverno. Quale, secondo te, sarà la prossima evoluzione dell’alpinismo?

Il futuro per l’alpinismo sarà quello fatto di vie nuove in pieno inverno ed in stile alpino. Questo non solo sulle montagne di 8000 m ma anche su montagne relativamente più basse tra i 6000 m ed i 7000. Un altro degli obiettivi che già ora gli alpinisti si pongono è quello di aprire vie nuove sempre più verticali e tecnicamente difficili nella stagione estiva e in stile alpino. C’è un altro aspetto interessante ed è quello dell’esplorazione di aree ancora sconosciute per motivi diversi tra i quali il fatto che sono ancora sotto l’assedio militare e di guerra di confine. Secondo me l’alpinismo nel prossimo futuro raggiungerà anche un altro grande traguardo e cioè quello di rimettere a posto l’etica e le regole morali da seguire dentro i team alpinistici e nelle spedizioni. Può sembrare un argomento secondario ma in realtà diventa primario in un mondo alpinistico a mio avviso che sta perdendo di vista la vera importanza ed il vero senso dell’esplorazione e favore della vetta a tutti i costi. Quando si parla di libertà e di libertà nel mondo dell’alpinismo si pensa all’assenza di regole e alla possibilità di fare “quello che si vuole”, in realtà è proprio la montagna che pone le regole con le quale giocare che dovrebbero incontrarsi con le regole dell’uomo libero e quindi privo di regole costrittive o coercitive. Quello che voglio dire è che si può godere la libertà in montagna con l’alpinismo proprio quando ci sono regole chiare ma non rigide o coercitive su come vivere questo sport, altrimenti diventa tutto caos e disordine e non ci sarà mai modo di far conoscere veramente la nostra attività e di viverla nel rispetto degli altri.


Negli ultimi anni hai dedicato la tua carriera alpinistica, quasi totalmente, al Nanga Parbat. Adesso, quali sono i tuoi prossimi obiettivi? Come vedi Daniele Nardi nel futuro?

E’ vero mi sono concentrato molto sul Nanga Parbat anche se la via sul Thalay Sagar in India è stata veramente una grande sfida poco pubblicizzata. Voglio tornare a scalare vie alpinistiche tecnicamente impegnative sulle Alpi e in altre zone del mondo. Pareti nord in velocità, leggerezza, quote non eccessive e alta componente tecnica e di alto ingaggio. Voglio creare un team di amici che abbiano veramente voglia di fare e mostrare un alpinismo di altri tempi con le migliori componenti di un alpinismo moderno ed una alta dose di divertimento e di bellezza. Da queste attività voglio che ne esca fuori un messaggio per le nuove generazioni e far si che questo modo di fare alpinismo sia utile a ispirare. Ispirare sempre più persone a dare il meglio di se stessi in qualsiasi attività loro scelgano di fare e che di luce ad un modo di vivere più consapevole e responsabile. So che può sembrare strano ciò che dico perché in apparenza lontano dal fare alpinismo per se stessi ma io penso che questa attività abbia tutte le carte in regola per poter lanciare questo messaggio e far si che entri nei cuori e nelle teste dei giovani.



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