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MONGOLIA (I PARTE)
24/04/2016
Asia
Mongolia



L'Eagle festival e le fredde montagne degli Altai

Non credo ai miei occhi, ho i brividi sulla pelle, se non fosse per il mezzo meccanico sul quale viaggio, avrei pensato di essere stato catapultato in un'epoca passata. Dinanzi ai miei occhi ho un vero cavaliere kazako, non è un sogno! È in sella al suo destriero, sguardo fisso verso l’orizzonte e sul braccio sinistro un’aquila, la sua aquila. Questa immagine è fissa nella mia mente, ieri come oggi, perché fa parte di quelle poche emozioni della vita di un uomo che restano appiccicate nella mente come fossero un tatuaggio. La mia avventura in Mongolia inizia il primo ottobre 2014, quando il volo della Turkish airlines atterra nella capitale Ulan Batoor. L’episodio appena raccontato è di tre giorni più tardi, durante l'Eagle festival.
La destinazione finale del mio viaggio aereo è la città di Ulaangom, anonima città situata nelle regione degli Altai. All’uscita dall’aeroporto mi aspetta il team kazako, mi accompagneranno per una settimana attraverso le fredde terre degli Altai. Salgo su un Uaz, mezzo di fabbricazione russa brutto da morire, mix tra un piccolo camper ed un fuoristrada, di elettrico ha solo i fari, di elettronico nulla. Pochi minuti di strada ed arriviamo all’anonima città di Ulaangom. Le case tutte basse si mescolano alle gher, hanno lo stile tipico dei casermoni sovietici. Mi sistemo in una di esse, pare che sia di un amico della guida, lascio le mie cose in stanza ed esco a fare un giro per la città. Camminando incontro un bimbo che sorridendomi mi invita ad entrare in casa: quattro mura con all’interno due brande, un mobile basso, un piccolo fornello con bombola del gas ed un pozzo. Il padre sdraiato sul letto mi osserva e dopo esserci salutati mi spiega, a gesti, che da quel pozzo prendono l’acqua. Il bagno è all’esterno, chiuso da pannellature in legno. Passa qualche minuto in casa, ma la conversazione è difficoltosa, purtroppo fuori è già buio decido di rientrare in casa.

 
I Mongoli sono famosi per la loro ospitalità, al mio arrivo in casa, trovo infatti la tavola imbandita con uno spezzatino di capra, pane e dolci, tipica usanza quella di servire tutte le pietanze tutte in tavola un’unica volta. La lunga giornata volge al termine e non mi resta che posizionare materassino e sacco a pelo a terra, il riposo dura poco perchè alle 5.45 del mattino suona la sveglia. Riparto velocemente in direzione del lago Ureeg nuur, il paesaggio innevato ed il clima freddo, sembrano creare qualche problema, ma l’Uaz fa capire subito di che pasta è fatto, superando la strada in salita completamente innevata senza problemi. Montagne maestose, intervallate da pianure sconfinate si vedono all’orizzonte, è un paesaggio mozzafiato. Dopo qualche ora sono al lago Ureeg Nuur: chilometri e chilometri di natura selvaggia, nessun animale, nessun uomo, c’è solo il vento a creare qualche movimento. Arrivo nelle città di Ulgij quando ormai è sera, ancora una volta trovo sistemazione in una casa, il solito palazzone sovietic style.
Ceno col team kazako e in serata viene a trovarmi addirittura il presidente dell’Eagle festival, mr. Medeukhan. E’ un incontro emozionante, il presidente mi racconta la storia dell’Eagle festival, che nato nell’anno 2000 ha l’intento di far conoscere al mondo intero la storia dei fieri cavalieri kazaki. “Il vostro Marco Polo ne parlava già nel suo Milione”. Mi dice mr. Medeukhan. Le aquile vengono ammaestrate dai cavalieri fin da piccole, con antichi rituali. Il motivo è proteggere il gregge dai lupi, ma la notizia interessante è che dopo cinque anni le aquile vengono lasciate nuovamente libere di volare. Storie antichissime, arrivate fino ai giorni nostri solo grazie alla tradizione orale, tramandata di generazione in generazione.

 
Finalmente il giorno tanto atteso è arrivato, ed io come un bambino che aspetta una sorpresa mi preparo all’evento. Il festival si tiene nella piana di Ulgii, appena fuori dal centro città, lungo la strada sterrata, mentre arrivo, diversi cavalieri, alcuni in solitaria, altri in gruppo, si avviano al campo di gara. Prendo posto accanto ai giudici, voglio godermi lo spettacolo da vicino. I cavalieri sfilano uno per volta, donne e bambini in costume kazako si mescolano tra la folla, non è uno spettacolo per soli turisti, che sono una minima parte, ma una vera e propria competizione tra cavalieri orgogliosi di esibire la loro aquila. Una parte della manifestazione è dedicata alle gher ristorante, che preparano cibo per noi spettatori. La gara entra subito nel vivo e dopo una parata nella quale tutti mostrano la propria aquila, i cavalieri si cimentano in gare di abilità a cavallo. Fa molto freddo ed approfitto della pausa pranzo per riscaldarmi in una delle gher. Nel pomeriggio la gara prosegue con una sfilata in costumi tipici, per sera sono invitato nuovamente da Mr. Medeukhan ad un concerto di musica folk mongola. Il festival dura solo due giorni ed il secondo giorno di gara comincia con la prova più spettacolare: le aquile si fiondano dalla collina per catturare una finta preda legata da una fune al cavallo del cavaliere. Salgo sulla collina per godere appieno la gara, ma soprattutto immortalare l’attimo in cui l’aquila spicca il volo. Il cavaliere da valle fa un forte fischio, all’aquila viene tolto il cappuccio in cuoio e velocemente il rapace si fionda verso valle. Sono emozionato e non riesco a trattenere le lacrime, l’aquila è l’animale che adoro, sinonimo di forza e libertà. Sono seduto su una roccia e guardo l’orizzonte davanti a me: una piana sconfinata di bellezza selvaggia. Resta ancora una gara prima della premiazione e questa volta i protagonisti sono i cavalieri che mettono in mostra forza, estro ed abilità equestri, contendendosi una volpe. La gara volge al termine ed i cavalieri sfilano nuovamente tutti assieme dinanzi alla giuria, vince il primo premio una ragazza bellissima, tutti applaudono. 

 L’Eagle festival è terminato e dopo aver fatto rifornimento di viveri, riparto col team kazako per il parco Tavan Bogd. Lungo il tragitto ci ricongiungiamo con l’altro Uaz che ha con sé la Gher cucina. Tutti assieme proseguiamo attraversando paesaggi incantevoli, fermandoci per pranzo in un villaggio, fa molto freddo e tira molto vento. Il tragitto è ancora lungo e ci rendiamo conto che non sarà possibile arrivare in tempo utile per montare le tende. Decidiamo allora di fermarci prima e senza perderci d’animo troviamo ospitalità in una casa lungo la strada. Per i mongoli è naturale dare ospitalità a perfetti sconosciuti, è qualcosa di insito nella loro cultura. Posiziono materassino e sacco a pelo a terra, in uno stanzone grande e freddo, l’accoglienza mongola è straordinaria ed organizziamo una grande cena tutti assieme. Mi sveglio e la temperatura esterna è di -10°, scopro che il parco Tavan Bogd è chiuso, la stagione turistica è terminata, ma ho troppa voglia di andarci. Arrivati al gate d'ingresso troviamo la casa del custode vuota e la la guida mi chiede se voglio dormire lì, rispondo di no, voglio stare in tenda, sentire la terra sotto la mia schiena, assaporare il freddo mongolo, svegliarmi ed essere immerso in una natura selvaggia. Monto la tenda e parto subito per il trekking, dopo poco tempo il percorso si fa impegnativo, siamo nel mezzo di una tormenta di neve, sarebbe meglio tornare al campo base, ma la voglia di arrivare in vetta prende il sopravvento. Le mie gambe affondano nella neve fino al ginocchio, il passo è lentissimo, ma ho il sorriso sulle labbra, passano due ore e finalmente trovo la vetta! Felici ci abbracciamo e la guida per festeggiare tira fuori una bottiglia di vodka, ma dove era nascosta? Non posso esimermi dal farlo, il momento è davvero bello, le condizioni meteo sono difficili e dobbiamo riscendere subito, ad ogni passo si affonda nella neve e le ghette fanno la loro parte.

La giornata termina con una camminata di 23 chilometri conclusasi in sette ore. Torno al campo base stanco ma felice, è stata una giornata davvero intensa, ma quante emozioni, quanta vita vissuta in un solo giorno. Il secondo giorno di trek prevede un percorso nuovo, ma anche oggi il meteo non aiuta, dopo sole due ore sono già a quota 3300mt, ma per la vetta mancano altre due ore, quest'oggi desisto perché il tempo sta cambiando velocemente e decido che è meglio tornare al campo base, meglio non sfidare troppo la sorte. Durante il cammino di ritorno vedo un’altra bella montagna, sono un folle! Voglio salire in vetta, la salita è impegnativa, c’è poca neve ed il terreno sottostante è friabile, purtroppo l’ultimo pezzo è su roccia e senza imbrago risulta essere troppo pericoloso. Nulla da fare torno al campo, ma anche oggi mi sono divertito tantissimo. La permanenza sugli Altai è terminata, ma non le emozioni, mi alzo apro la mia tenda ed il panorama circostante mi regala l'ultima emozione. Ha nevicato tanto durante la notte, sembra di essere su un altro pianeta.

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