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ALEX BELLINI
24/01/2018



Alex Bellini è un esploratore, speaker motivazionale e performance coach. E’ nato in Italia nel 1978, in un piccolo paese tra le Alpi. E’ dalle montagne che Alex impara la sua prima lezione: aggrapparsi alla roccia e tenere duro, sempre alla ricerca di un punto d’appoggio. E’ questa filosofia che lo ha spinto negli ultimi 14 anni ad esplorare gli ambienti più ostili del nostro pianeta. Nel 2001 corre la Marathon des Sables, una corsa a tappe di 250 km nel deserto del Sahara. Nel 2002 e 2003 cammina attraverso l’Alaska, spingendo una slitta per un totale di 2.000 chilometri. Nel 2005 rema da solo per 11.000 km attraverso il mare Mediterraneo e l’ Oceano Atlantico per un totale di 227 giorni. Nel 2008 si ripete e rema per 18.000 km attraverso l’ Oceano Pacifico, dal Perù all’Australia, in 294 giorni, ancora una volta da solo. Nel 2011 Alex corre per 5300 km attraverso Stati Uniti: da Los Angeles a New York, in 70 giorni. Negli anni successivi comincia a dedicarsi ad un’altra forma di esplorazione: la psicologia della massima performance. Diventa performance coach e avvia la sua carriera supportando atleti di diverse discipline sportive tra cui golf, tennis e vela e figure professionali nella gestione della massima prestazione. L’avventura resta tuttavia la sua più grande scuola. Nel 2017 decide di tornare sui banchi e in 13 giorni attraversa il Vatnajokull, il più grande ghiacciaio d’Europa (Islanda) con sci e slitta.


Alex è anche uno speaker motivazionale. Nel corso della sua carriera, è stato speaker in più di 500 conferenze e ha partecipato a tre diverse TEDx Conference in Italia e in Inghilterra. Condividendo le storie, le immagini e i video delle sue avventure, e portando il pubblico in una dimensione magica alla scoperta di ciò che anima l’uomo, dell’istinto primordiale ad esplorare e conoscere, prima di tutto se stessi.
Alex è anche un mental coach e fornisce supporto ad atleti e professionisti nella crescita personale e nello sviluppo dell’Intelligenza Agonistica ossia quell’insieme di competenze insite nella naturale tendenza dell’essere umano di progettare, affrontare, superare e prevedere le sfide con se stesso, con gli altri e con l’ambiente.

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Una strada c’è nella vita, un filo sottilissimo, un richiamo ancestrale con Madre Natura. Moltissime persone purtroppo non riescono a trovarlo per una vita intera, molte se ne accorgono quando oramai è tardi, poche riescono a trovarlo. La passione di scoprire il mondo, di vivere d’avventura, di esplorare luoghi remoti, ma soprattutto la consapevolezza di vivere la tua vita, quella che hai scelto con intuito e coraggio. Come hai trovato quel legame del cuore? Quando hai sentito il richiamo con la Terra e quando hai capito che il cammino che avevi intrapreso era quella giusto?

Vedi Marco per me trovare quel filo sottilissimo di cui parli, non è stato difficilissimo come può sembrare. Mi sono solo dato il permesso di cercarlo, cosa che forse manca a molti, o meglio non ci si mette neanche nella condizione di cercarlo. Sono nato in Valtellina e come ben sai è un ambiente di montagna. Fin da bambino mi piaceva camminare per sentieri, costruire capanne, a volte andavo nei boschi semplicemente per perdermi. Talvolta però, e questo l’ho capito crescendo, pur sapendo qual è la scelta giusta da fare, si finisce sempre per fare la scelta sbagliata e così è andata anche per me. Finiti gli studi alle scuole superiori, mi sono iscritto a Scienze bancarie, una facoltà orribile, che non c’entrava nulla con me stesso. Ho seguito corsi e sostenuto esami per 3 anni, tentando di farmela piacere, ma nulla da fare. Un bel giorno, mentre ero alla scrivania a studiare mi dissi: “ Ma che cavolo stai facendo Alex? Dove pensi di andare studiando queste materie?”. In fondo nel mio cuore sapevo già che sarei diventato un mediocre tecnico di borsa. Ebbi il coraggio di cambiare, ma al tempo stesso non sapevo come fare, ed allora focalizzai il mio pensiero sulle cose che mi piaceva fare. Era il 2001, oggi sono passati 17 anni da quel giorno, ed ancora cammino su questo filo sottilissimo che non so dove mi porterà, ma posso assicurarti che il viaggio finora è stato entusiasmante.

 

Sei Valtellinese, ti chiamavano Montanaro, eppure sei stato il primo italiano che ha attraversato l’Oceano Atlantico a remi. Per estrazione geografica dovresti essere un alpinista, come tanti tuoi conterranei, eppure le tue esplorazioni ti hanno visto protagonista quasi sempre del mondo così detto “orizzontale”, come mai? Grandiose sono state le tue traversate atlantiche, qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato nel prepararle?

Mi considero un montanaro atipico, amo la versione orizzontale del mondo, quella che citi anche tu, delle grandi distanze e dei grandi spazi. Però è pur vero che anche la montagna mi appassiona: amo lo sci alpinismo e tutte le volte che mi ritrovo su un sentiero di montagna ho come la sensazione di tornare a casa. Il mare, così lontano dalla mia terra, ho sentito che mi chiamava. C’era qualcosa nella sua desolazione infinita che mi attraeva ed io dovevo scoprire cosa era. La difficoltà più grande, oltre quella scontata delle critiche e delle risate delle persone che mi consigliavano di tornare tra i boschi, fu quella di non aver avuto nessuna esperienza in mare prima della traversata. Questa cosa infatti l’ho pagata a caro prezzo. I primi due tentativi sono stati dei disastri. Mi sono costati quasi la vita, una barca e la reputazione. Oltre a tutto ciò è stato difficile vedersela con un elemento, l’Oceano, che mette subito in chiaro quali sono le condizioni. In mare puoi controllare solo ciò che pensa la tua mente, il resto è fuori controllo. Se decidi di riposare e smettere di remare, l’Oceano fa quello che vuole e l’indomani corri il rischio di ritrovarti dove eri ieri prima o peggio ancora fuori rotta e posso garantirti che tutto ciò alla lunga è snervante


Si dice che al fianco di una grande uomo ci sia sempre una grande donna. Le tue esplorazioni sono sempre in solitaria, ma nelle tue interviste parli spesso di tua moglie. Che ruolo ha avuto ed ha nella scelta e nella realizzazione delle tue imprese?

Mia moglie e la mia famiglia sono il mio vero superpotere. Questo l'ho capito confrontandomi anche con i miei colleghi o amici che hanno fatto scelte diverse. Spesso quando sono in viaggio e mi sento molto stanco, quasi perso, può sembrare strano ma morire non è la scelta più dolorosa. In quel momento penso alla mia famiglia che è lì ad aspettarmi per rimettere tutto in ordine. Quando sento mia moglie, che è una roccia, avverto un’energia particolare, perché trova sempre il modo di aiutarmi a riconfigurare la situazione, trasformando un eventuale ostacolo in opportunità. Lei da anni gestisce il team di supporto delle mie spedizioni ed è una garanzia, perché so che di lei posso fidarmi e questo è di vitale importanza.


A mio modo di vedere essere dei grandi uomini presuppone riconoscere i propri limiti, rispettandoli. Sono convinto che solo dopo aver fatto una profonda ed attenta conoscenza di sè stessi, si possa riuscire a realizzare grandi imprese. Al contempo vincere la paura è fondamentale per raggiungere importanti traguardi nella vita. Che rapporto hai con la paura e con i tuoi limiti?

Aggiungerei che per essere grandi uomini bisogna avere equilibrio. Un uomo dotato solo di coraggio non è un grande uomo. Solo se il coraggio è accompagnato dalla polarità opposta, ossia la paura, allora si che è un grande uomo. Con questo non voglio dire che sono un grande uomo, ma aspiro a diventare un uomo saggio che impara dai suoi errori tentando di evitarli nel futuro. Aspiro a diventare un uomo che conosce se stesso, con la paura ho imparato a conviverci, anche se nel corso degli anni sono cambiato molto. Quando ero più giovane, la parola paura non era nel mio vocabolario, come non esisteva la parola fallimento, forse perché in età giovanile ci si sente invincibili. In quegli anni di fronte alle difficoltà c’era qualcosa che mi rimetteva sempre in piedi, c’era sempre un colpo di remi. Ben presto però ho capito che questo approccio alla vita mi avrebbe portato solo a fare solo disastri, come il naufragio di Formentera. Il tempo e l’esperienza cambiano molte cose ed oggi le parole paura e fallimento sono nel mio vocabolario. I limiti esistono ed è grazie ad essi che la mia vita ha un senso. Trovo molto romantico il viaggio di un uomo che si misura con i propri limiti, perché quando li trovi devi essere molto onesto con te stesso ed accettarli.

 

Quasi tutti da bambini cresciamo con dei miti, dei personaggi da emulare, modelli a cui ispirarsi. Tu ne hai avuti? Se si, quali sono stati i tuoi?

Il primo mito è stato il mio papà che negli anni ottanta ha fatto molti viaggi in Africa in moto. Era affascinante vederlo partire con la moto stracarica di attrezzature, mi ricordava i beduini del deserto che attraversavano l’Africa con i cammelli. Crescendo poi, un altro mito è diventato Alberto Tomba ed il suo antagonista dei primi anni della sua carriera, Mark Girardelli. Durante l’estate mi capitava spesso di andare a fare sci sul ghiacciaio dello Stelvio. La mattina Tomba usciva dall’hotel per allenarsi ed al contempo Girardelli rientrava dall’allenamento. Quest’ultimo infatti partiva di notte dall’hotel con il padre che lo accompagnava con la motoslitta. Queste scene mi hanno segnato tantissimo, poiché erano esempi di grande lavoro e dedizione. In ultimo mi sono appassionato a figure diverse come quelle di Ambrogio Fogart e Gerard D’Aboville, gli uomini della Sector NO LIMITS.


La solitudine, una condizione dura nella quale ti ritrovi spesso durante le tue spedizioni. Come vivi la sua “compagnia”?

La solitudine è il fattore che vado a ricercare in tutte le mie avventure, come se fosse una cassa di risonanza dei miei pensieri ed in generale di tutte le mie emozioni. Se ci fosse la possibilità di vivere un’avventura che non prevede il fattore solitudine, non penso mi affascinerebbe molto. Nelle mie avventure mi piace vivere per giorni e giorni senza parlare e poi emettere qualche parola ascoltando il suono della mia voce. La sensazione è strana perché inizialmente quasi non la riconosci e questo mi piace perché attiva il viaggio interiore. Penso che in ogni avventura ci sia una forte componente di viaggio interiore e solo stando da soli è possibile.

 

Durante le tue avventure avrai vissuto molti momenti emotivamente intensi che oggi si sono trasformati in ricordi forti e vividi. Hai voglia di raccontarmene uno, il primo che ti viene in mente?

Il 18 Febbraio del 2018 sarà il decimo anniversario della mia traversata dell’Oceano Pacifico. Quel giorno salpai da Lima e con me c’era mia moglie Francesca. Avevamo passato in Perù circa due mesi per sbrigare le ultime faccende. La partenza è sempre un momento molto delicato, ma quel giorno fu molto particolare, perché se da un lato avevo tanta voglia di partire, dall’altro avevo il cuore a pezzi, poiché sapevo che sarebbero trascorsi almeno 10 mesi prima di rivedere mia moglie e di rimettere piede a terra. Quel giorno, se avessi potuto, mi sarei scavato una buca sulla spiaggia di Lima e mi sarei sotterrato, poiché non mi sentivo completamente pronto e non volevo allontanarmi da terra. Ma avevo tanto sognato di realizzare quell’avventura ed alla fine ero riuscito a concretizzarla, dovevo essere responsabile delle mie stesse azioni, non potevo più tirami indietro. Altri giorni, sia durante quell’avventura, che quando ho attraversato l’Oceano Atlantico, ricordo essere stati molti intensi. Lo scorso anno per esempio mentre ero in Islanda sul ghiacciaio più grande d’Europa, dopo soli 5 giorni sono finito in un crepaccio, ma torno a ripetermi, ricordo la partenza da Lima come un giorno emotivamente difficile da gestire.

 

Alex, oltre ad essere un grande esploratore sei anche un abile speaker. Hai partecipato ad oltre 400 talks e sei stato 3 volte ospite a TEDx Talks. Riporto una tua frase: “Ho avuto successo non perché fossi forte e straordinario, ma perché ho continuato ad andare avanti nonostante tutto. Io credo il successo sia questo! I successi personali e professionali vanno a coloro che si impegnano e fanno il loro lavoro.”. Qual è la tua mission come keynote speaker?

La mia mission come keynote speaker è quella ispirare le persone a vedere le sfide della propria vita non come qualcosa che succede a me, a te, a noi, a loro, ma qualcosa che succede per me, per te, per noi, per loro. Già il modo in cui parliamo guida la nostra attenzione in un punto piuttosto che in un altro. Per esempio se dico: “Questa cosa succede a me”. Sembra quasi che ne sia io stesso la vittima. Se invece dico: “Questa cosa succede per me”. Sembra quasi che sia un regalo che mi viene fatto. Il potere delle parole è potentissimo, quindi se cominciassimo tutti a cambiare piccoli dettagli nel modo in cui parliamo, potremmo approcciare alla vita in modo diverso. Credo che le sfide che arrivano nella nostra vita per “farci male” servono a farci crescere e quindi bisogna cercare di trovarne il lato positivo. Mi piace contribuire a sviluppare la percezione delle “possibilità” nella vita di ognuno di noi. Sembra quasi che qualcuno abbia il regalo di una vita meravigliosa, mentre altri di una vita misera. In realtà non è così. Solo chi vede le “possibilità”, che talvolta sono mascherate da ostacoli, dubbi e paure, riesce ad ottenere ciò che vuole nella propria vita.

 

Hai realizzato un corso di Mental Training, mi spieghi meglio di cosa si tratta ed il fine di questo percorso?

L’obiettivo del programma online di preparazione mentale è quello di supportare le persone nello sviluppo delle competenze mentali che favoriscono la performance d’eccellenza. Parto dall’idea che siamo tutti quanti performer, siamo tutti “sportivi”. Tutti vogliamo vincere e ci alleniamo a volte per mesi, anni, servendoci dei migliori materiali e delle più sofisticate metodologie di allenamento. Poi scendiamo tutti in campo venendo influenzati, chi nel bene e chi nel male, dal nostro gioco mentale, dalla performance che si vive dentro la nostra testa. Qualcuno vince, i più perdono, ma pochi sanno perché è successo e pochi sanno cosa fare per controllare la performance. Ecco. Voglio sviluppare questo genere di consapevolezza, non solo per aiutare le persone a diventare degli atleti migliori, ma delle persone migliori, con più controllo su se stessi e che imparino che l’eccellenza è una scelta. Sono io stesso che pongo l’attenzione verso una cosa piuttosto che un’altra. Con grande passione da diversi anni seguo atleti e posso garantirti che alla fine c’è sempre un reciproco arricchimento. In questo momento ne sto seguendo 25 ed una volta al mese ci sentiamo per fare dei group coaching, creando una specie di community di persone che hanno consapevolezza di quello che accade dentro la propria mente. Il mio obiettivo è quello di sviluppare questo progetto sempre di più.


“Vivere una vita libera, vivere una vita di avventura!” Un altro grande esploratore, Walter Bonatti, la pensava così. Sono convinto che nel cuore della maggior parte delle persone esista il desiderio di vivere una vita nella quale “quando ci si rivede - in un certo senso - ci si ritrova.” Qual è il tuo consiglio, rivolto soprattutto ai giovani che guardano al futuro e mettono i primi mattoncini per vivere la vita che desiderano?

Il consiglio che darei ai giovani è fare nella propria vita qualcosa da amare, qualcosa in cui si creda fortemente. Solo chi crede e prova profondo amore in ciò che fa, riesce a superare le difficoltà della vita. Solo chi riesce a trovare un forte “perché” può trasformare la propria passione nella sua attività lavorativa. Inoltre consiglierei di avvicinarsi un po’ più alla natura, imparando a conoscerla. “Frequentando la natura” si finisce per conoscere se stessi. Sono dell’idea che conoscere se stessi sia un concetto molto importante, in generale sempre molto sottovalutato, vivendo in una società che si basa sul materialismo. La crisi psicologica da cui siamo colpiti, più o meno tutti, si risolverebbe conoscendosi un poco meglio.

 

Sono curioso di conoscere i tuoi progetti futuri.

I miei progetti sono sempre in divenire. Sto ancora lavorando al progetto di vivere su un iceberg fino al suo scioglimento, ma non so se alla fine si realizzerà mai. Ho come la sensazione che resterà solo un sogno che mi guiderà senza mai diventare realtà. Però fino a quel giorno continuo a crederci e a mettere un mattoncino l’uno sull’altro.
Ho quasi concluso il mio percorso di studi all’università, ma questa volta in psicologia e sono contento perché dopo potrò seguire un master in psicologia della performance. La psicologia è un bel mondo da esplorare, quindi non solo per mari e lande gelate, ma si può esplorare e conoscere se stessi anche attraverso lo studio della psicologia.

 

 





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