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MONGOLIA (II PARTE)
08/05/2016
Asia
Mongolia



I grandi laghi: Tolbo, Durgunn, Ereen e Terkhiin tsagaan 

Ho passato una notte freddissima, in tenda il termometro ha segnato -10 gradi. I miei occhi si aprono all’apparire delle prime luci dell’alba, ritrovo un panorama completamente diverso dal giorno precedente, tutto è avvolto dal bianco, quel bianco candido che solo la neve fresca sa regalare. Smontiamo il campo e ci rimettiamo subito in viaggio. Passano solo poche decine di chilometri e quelli che qualche giorno fa erano innocui ruscelli da guadare, adesso si sono trasformati in pericolose piste di ghiaccio. I drivers fanno presto a capire che l’unica soluzione è quella di rompere il ghiaccio e cercare, in tutti i modi possibili, di passare da qui. Scendiamo dall’Uaz ed attraversiamo con attenzione il letto del ruscello ghiacciato. I nostri mezzi senza indugiare si lanciano a capofitto, il ghiaccio si rompe in tante lastre, ma fortunatamente riemergono vittoriosi e indenni dall’acqua. I monti Altai sono oramai alle mie spalle, con gli occhi dico arrivederci a questa splendida terra, promettendo a me stesso che un giorno, non troppo lontano, ritornerò.

 La strada per il lago Tolbo è ancora lunga, ripassiamo per la città di Ulgii per fare rifornimento di viveri e carburante. Arriviamo lungo le sponde del lago quasi al tramonto, ci aspetta il nuovo team, sono due giovani mongoli, sembrano schivi e non parlano ingelse, mi accompagneranno per le prossime due settimane. Gli amici kazaki stanno per andare via è ormai buio e si tratteranno per la notte. Il cuoco prepara l’ultima cena, l’emozione trapela da ambo le parti, abbiamo condiviso una settimana ricca di emozioni intense, dall'Eagle festival ai giorni in tenda sugli Altai, ci scambiamo abbracci sinceri e leali.  
La prossima tappa del viaggio è il lago Durgunn nuur, anche oggi i chilometri da macinare sono tanti. Il paesaggio è cambiato radicalmente ed anche la temperatura adesso è più mite. Dopo un breve sosta nella città di Kovd arriviamo nelle vicinanze del lago che già è buio, tira molto vento ed è quasi impossibile montare le tende, figuriamoci accendere il fuoco per cucinare. Non c’è altra soluzione, bisogna trovare ospitalità in una tenda mongola, una gher, ma col buio e senza riferimenti diventa un’impresa ardua. Cominciamo a muoverci e dopo poco avvistiamo due gher, i drivers chiedono subito ospitalità. Sono abitate da una sola famiglia composta da 5 persone: nonno, padre, madre e due bambini. Una delle gher è adibita a cucina, l’altra per dormire. La famiglia acconsente, senza problemi, ad ospitarci, lasciandoci addirittura dormire nella “gher letto”, loro dormiranno in "cucina". L’episodio mi lascia a bocca aperta, perché se da un lato avevo già constatato la grande ospitalità mongola, dall’altro non avevo ancora capito quanto grande fosse.

 Ci invitano a cena, la signora sta cucinando interiora di montone in acqua bollita. E' una scena d'altri tempi, essere qui nel mezzo della steppa mongola, in una gher con una famiglia di nomadi, trovata per puro caso, è davvero un'esperienza di vita incredibile. La gher dove dormo è circondata da diversi pezzi di carne appesi ad essiccare, ci sono anche formaggi e l'odore è molto intenso. Sul mio sacco a pelo penzola la testa di un animale. L’anziano della famiglia non sta bene e la famiglia chiede la cortesia di farlo dormire con noi! Ancora una volta resto sorpreso per la loro sconfinata umiltà e gentilezza. 
Suona la solita sveglia e dopo aver ringraziato infinite volte la splendida famiglia, ripaghiamo l'ospitalità donando un pò di sale e zucchero. La prossima tappa è il lago Ereen nuur, quest'ultimo è nascosto da alte dune e per ammirarlo bisogna, dopo aver attraversato una piccola parte di deserto, scalare una duna. Tolgo le scarpe ed a piedi nudi sulla sabbia comincio la breve scalata, il lago è piccolo, ma l’acqua ha un colore blu intenso che contrasta fortemente col giallo della sabbia, i colori sono incredibili. L’onnipresente bianco degli Altai ha lasciato definitivamente il posto al giallo sabbia del deserto. Sono giorni che non mi lavo ed approfitto della sabbia pura del deserto per farlo. Ho imparato questo metodo dai Tuareg in Africa, quest'ultimi non avendo a disposizione molta acqua usano lavarsi usando la sabbia come fosse del sapone. Mi denudo completamente e comincio ad usare la sabbia come fosse una spugna, provo sensazioni incredibili, accompagnato dalle dune che cantano per me. Qui la natura è sovrana, il deserto si alterna alla steppa e il cielo è di un blu, talmente intenso da mozzare il fiato. Questo luogo è magico, perfetto per chi desidera vivere un viaggio selvaggio, un viaggio da nomadi, un viaggio dentro la propria anima. Perché è solo trasformandosi in un vero viaggiatore itinerante che si può gustare e comprendere la vera anima della terra che ti ospita. 

Ad ogni passo, ad ogni manciata di sabbia che raccolgo, creo delle micro valanghe che danno vita a sonorità molto particolari, sono le dune che cantano. Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare in un’altra dimensione, sono da solo con me stesso, la sabbia sotto i miei piedi, il cielo azzurro sopra di me e Madre Natura che vigila sovrana. Una lacrima bagna il mio viso, è una lacrima di gioia, di infinito amore per quanta bellezza ci sia al mondo e di come sia stato ancora una volta fortunato per aver avuto la possibilità di scoprire questa magica terra che è la Mongolia.

Dopo aver lasciato, momentaneamente, il deserto attraversiamo la città di Uliastai, e questo ritornare alla civiltà non mi piace, rivoglio il deserto, il suo silenzio, rivoglio il canto delle dune. Fortunatamente questo rientro è solo per oggi, ci sistemiamo, dopo oltre dieci giorni di viaggio, in un hotel della città di Tosontsengel town. Le città mongole sono per lo più enormi paesoni, che in media sono abitati da dieci o ventimila abitanti. Le città mongole le vedi da lontano, lungo paesaggi dove la natura regna sovrana, ergersi quasi fossero enormi meteoriti che si sono schiantati sulla terra. Dopo una squallida colazione ripartiamo per la visita dell’ultimo lago di questo viaggio il Terkhiin tsagaan nuur, il Lago Bianco. Il tragitto è piacevole, poche ore e siamo in un gher camp, uno dei pochi ancora aperti in questo periodo. La grande pianura attorno al lago occupa alcuni villaggi di pescatori ed enormi praterie nelle quali pascolano sia yak che pecore. Alle mie spalle si erge una bella montagna, non sembra molto alta ed allora decido di salire in cima per ammirare il paesaggio dalla vetta. L'immensità della natura, infiniti spazi che sembrano vuoti, ma che contengono invece un'infinita energia che aspetta solo di essere catturata e ridata al mondo sotto forma di emozioni vissute.

 Oggi si conclude la seconda parte di questo splendido viaggio, la strada che porta alla città di Tsergel regala l’ultimo strano paesaggio è la Taikhar rock, una grande roccia che si staglia nel bel mezzo di una pianura. Il Chuluu Taikhar è coperto con iscrizioni risalenti alla dominazione turca e altre in tibetano. La leggenda narra che la roccia sia stata portata qui da un eroe, si chiamava Bukhbileg (forte e saggio). Un grande serpente usciva continuamente dalla terra, Bukhbileg per proteggere la sua popolazione prese questa roccia e la mise qui per chiudere la bocca della grotta del serpente.

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