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MONGOLIA (III PARTE)
14/05/2016
Asia
Mongolia



La Orkhon valley, Karakorum e il deserto del Gobi

Le montagne a ridosso della Orkhon valley mi regalano nuovamente paesaggi dove protagonista è il bianco candido della neve. A differenza dei monti Altai qui non c'è nessuna tenda per dormire, bensì un comodo letto in una splendida struttura in legno con piscina termale esterna. Non mi resta che indossare subito il costume da bagno e buttarmi nell’acqua caldissima, tutt’intorno c’è tanta neve e la temperatura è di poco sotto lo zero. I popoli del nord Europa, dopo essersi rigenerati in sauna, si buttano a capofitto nella neve gelida perché fa bene a corpo e mente. Seguo il loro metodo e come un bambino mi rialzo velocemente dall’acqua lanciandomi letteralmente nella neve fresca. Un dolce formicolio pervade il mio corpo, ho il sorriso stampato in viso e continuo a ridere, tornare bambini è meraviglioso, ripeto l’operazione molte volte e quando riguardo l’orologio sono trascorse oltre due ore!
Il momento di relax dura poco ed il nuovo giorno prevede un nuovo lungo spostamento verso la Orkhon valley. Quest’ultima è un’immensa distesa verde che nonostante il freddo inverno sia alle porte, continua a mantenere colori più vicini alla primavera che all’autunno. Ci sono tantissimi cavalli, molti selvaggi, pecore e montoni. E’ un luogo incredibile, tanto bello che poco lontano da qui, all’interno di un grande e secolare bosco, si trova il monastero di Tuvkhun, tuttora custodito da alcuni monaci buddisti che vivono in gher poco distanti.

 
Il monastero Tövkhön fu fondato nel 1648 da Zanabazar, il capo spirituale del buddismo tibetano mongolo. Il monaco scelse questo luogo per la forte energia che si avverte in questa area. “E’ di buon auspicio” disse Zanabazar “Potremo meditare in tranquillità ed emanare tanta energia positiva al mondo”. Il monstero nella sua lunga storia non ha avuto però vita facile, difatti fu distrutto nell’anno 1937 dai cinesi e solo successivamente, con pazienza certosina, ricostruito dai monaci buddisti.
Il mio girovagare per questa grande terra mi porta, dopo alcune centinaia di chilometri, a Karakorum l’antica capitale della Mongolia. Un’accozzaglia di case, costruite senza nessun criterio urbanistico, si nota all’orizzonte, e più mi avvicino al centro città più la mia idea si consolida, questa città è davvero brutta. Non vedo monumenti storici e mi chiedo perché. Trovo subito le risposte. I mongoli sono stati per secoli esclusivamente nomadi, senza una fissa dimora. Il più grande impero che la storia ricordi, l’impero di Gengis Khan (Cinghis, come loro rivendicano orgogliosamente) è figlio di queste steppe. Oggi non è rimasto niente del suo dominio: Cinghis non costruiva nè monumenti né edifici, persino l’Impero e il suo simbolo erano nomadi, basti pensare che il palazzo reale era una immensa gher tirata da una mandria di buoi.
L’unica visita degna di nota è l'antico monastero, diviso al suo interno in 2 stili, da un lato quello cinese, dall’altro quello tibetano. Diversi stupa rudimentali sulla cui sommità poggia la "ruota del Dharma", avvolta da tipici scialli buddisti di colore blu a rappresentare il colore del cielo della Mongolia, adornano il monastero. Insieme ad essi sono attorcigliati scialli di altri colori: giallo, rosso, verde e bianco, che rappresentano le preghiere tibetane.

 
La mia iniziale delusione nel vedere questa città lascia il posto ad una forte consapevolezza di quanto grande è stato il popolo mongolo, che hanno sempre mantenuto una forte identità, senza mai emulare nessuno o stravolgendo il loro stile di vita. Noi occidentali invece abbiamo sempre misurato la grandezza della nostra civiltà basandola sempre e solo solo sulla materialità delle cose, risultato: grande crescita materiale e impoverimento spirituale.
Adesso dopo tante montagne, laghi e foreste mi aspetta il tanto atteso deserto del Gobì. Il viaggio è così lungo che quando arriviamo all’accampamento è già tramonto. Nel cielo una miriade di colori, ma è il rosso a farla da padrone con diverse tonalità, alzo gli occhi e resto immobile ad osservare che al diminuire della luce del sole il luccichio delle stelle aumenta in maniera proporzionale: un sipario si chiude ed un altro si apre. Adesso una miriade di stelle illuminano il firmamento del cielo, qui non c’è energia elettrica, non c’è acqua corrente; è la natura selvaggia che comanda, ed ogni giorno da millenni, immutata, ripete lo stesso straordinario spettacolo.
Il Gobi è uno dei deserti più grandi della terra e, contrariamente a quello che la parola deserto evoca, non è fatto tutto di sabbia, ci sono delle parti in cui delle dune enormi occupano la superficie, ma in realtà questa immensa regione è solo steppa. È un deserto nel senso che non c’è niente e nessuno, solo qualche arbusto e roditore, come il famoso pika, che è l'abitante più numeroso del Gobi. Le Khongoryn Els sono le dune più grandi della Mongolia, conosciute anche come “dune cantanti”, infatti quando soffia il vento e la sabbia si sposta suonano come fosse un enorme trombone.

 
Questa mattina mi sveglio con calma, il sole è ancora nascosto dalle alte dune, le Khongoryn Els arrivano fino a trecento metri di altezza. Dopo una veloce colazione ed aver fatto una buona scorta d’acqua, comincio ad incamminarmi verso questi mostri di sabbia. Sono dinanzi a me e per affrontarle tolgo le scarpe e le calze, voglio sentire la sabbia scivolare sotto i miei piedi. Comincio a scalare, la pendenza aumenta all’aumentare dell’altezza, l’ultimo tratto diventa davvero impegnativo, tanto che devo aiutarmi con le mani. La vetta è costituita da una cresta lunghissima, il panorama da qualunque prospettiva lo si guardi è davvero favoloso, l’aria è purissima. M'incammino lungo la cresta, lasciandomi trasportare dal suo andare sinuoso, all’orizzonte solo natura selvaggia, il sole mi riscalda il viso mentre ai piedi avverto una piacevole sensazione di fresco. Passano alcune ore, mi siedo ripetute volte sulla sabbia a contemplare il panorama e lasciando la mente vagare.
Il Gobi mi è entrato nel cuore o forse è meglio dire che la Mongolia mi è entrata nel cuore. E’ nomade, selvaggia, libera da schemi, non conosce religioni, eppure il suo popolo è custode di profondi valori forgiati nei secoli, sempre pronto a tenderti una mano se sei in difficoltà, ovunque tu sia, chiunque tu sia.

 L’avventura adesso volge davvero al termine, tra pochi giorni sarò ad Ulan Batoor, ma resta da visitare la Yol valley e la vicina città di Dalanzagam col suo colorato mercato. La strada adesso è di asfalto, segno che la moderna civiltà sta per ritornare, temo Ulan Batoor perché avverto che non mi piacerà, non può piacermi una città fatta di cemento, dove l’aria è inquinata e le persone sono stressate, non può piacermi perché dopo venti giorni passati nella natura selvaggia si acquisisce una naturale repulsione verso la modernità.
Gli ultimi 500 chilometri di strada asfaltata che mi separano da Ulan Batoor racchiudono tanta tristezza, ripenso ai venti giorni appena trascorsi in questa splendida terra abitata da persone ricche nel cuore e nello spirito. Eccola! da lontano vedo una enorme cappa grigia, è lei, è Ulan Baatar! Bentornata civiltà, bentornato traffico, bentornato smog.
La mia permanenza nella capitale per fortuna dura un solo giorno, giusto il tempo di visitare il centro e vedere qualche monumento. Per strada tante auto di lusso, molti mongoli sono ricchissimi e vivono, ovviamente tutti nella capitale, visito il museo buddista e poi la piazza centrale. Nel pomeriggio sono nel più vecchio centro commerciale della capitale che è stato aperto nel 1926.

Arrivederci Mongolia, fare un viaggio nelle tue terre equivale a fare un viaggio indietro nel tempo e nello spazio, in una dimensione insolita, dove la Natura è sovrana assoluta. Anche Tu, però, hai delle note stonate: le tue brutte città e molte gher dove vedi spuntare un pannello solare e un’antenna parabolica, spesso anche una moto. Gli unici che restano insensibili al fascino del progresso sono loro: gli yak, le mucche, i cavalli, le pecore, le capre e i cammelli che brucano l’esistenza in queste lande smodate ed ancora oggi restano gli indiscussi tuoi padroni.





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