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PATAGONIA (PARTE II)
22/08/2016
Americhe
Argentina



Sono trascorsi circa dieci giorni dal mio arrivo in Patagonia e la sensazione di trovarmi a casa è sempre più forte. I paesaggi da cartolina uniti al vento che sembra accarezzarti le guance e l’aria tanto pulita che ad ogni respiro sembra purificare i polmoni, lasciano appiccicata sulla pelle sensazioni difficili da raccontare. Ho lasciato la deliziosa città di Puerto Natales in Cile, l’autobus adesso è diretto in Argentina, ad El Calafate, piccola città che sorge lungo le sponde dell’immenso lago Argentino. Resterò qui per le prossime due notti, il tempo necessario per visitare i famosi ghiacciai e recuperare dalle fatiche del trekking al Paine.

 
Non perdo tempo ed il giorno seguente al mio arrivo sono sul catamarano per osservare da vicino questi immensi ghiacciai. E’ un’escursione molto turistica, ma purtroppo è anche l’unico modo per poter osservare il famoso Upsala, così pericoloso che la distanza di sicurezza in barca è di circa un chilometro, e lo Spegazzini, ghiacciaio decisamente più piccolo ma anche più affascinante. Quest’ultimo sembra essere scolpito da uno scultore, le sue forme si incastonano alla perfezione alla natura circostante. Il catamarano riesce ad arrivare a poche decine di metri di distanza; piccoli blocchi di ghiaccio si distaccano continuamente creando un boato fragoroso. Tutti in barca siamo in silenzio, ascoltiamo oltre che guardare questo spettacolo della natura.
La vera star del lago Argentino è però il Perito Moreno: una distesa di chilometri bianca e blu dove il ghiaccio si trasforma in vere e proprie sculture. I blocchi di ghiaccio che si distaccano continuamente sono grandi come edifici, dapprima un forte rimbombo si disperde nell’immensità glaciale e poi il crollo dei blocchi ghiacciati che si staccano e cadono in acqua galleggiando nel lago. I suoi numeri fanno rabbrividire: ha una superficie di 250 chilometri quadrati, una lunghezza di circa 30 chilometri e un’altezza massima di 170 metri, di cui circa 70 sopra la superficie del mare. Il Perito Moreno è la terza più grande riserva di acqua dolce al mondo.

 
Dall’Italia avevo prenotato il mini trekking sul ghiacciaio, ossia una breve camminata che permette di salire su questo mostro di ghiaccio in completa sicurezza. Purtroppo il giorno dell’escursione il meteo non è bellissimo, ma poco importa, l’emozione di vedere con i propri occhi il Perito Moreno è incontenibile. Appena arrivati le guide ci fanno una serie di raccomandazioni ed una breve spiegazione su come comportarsi durante la camminata, indossiamo i ramponi, o forse è più corretto dire delle staffe di ferro con punte chiodate che vengono agganciate alle scarpe con dei lacci. Il giro sul ghiacciaio è breve, ma è interessante osservare da vicino queste incredibili sculture di ghiaccio ed i piccoli crepacci, da cui escono rivoli di acqua gelata. Finito il giro le guide ci offrono cioccolata con whisky, tutto molto turistico, ma al diavolo, ogni tanto essere coccolati e rilassati nel vedere qualcosa non guasta.
Trascorro il pomeriggio oziando per le vie di El Calafate e prenoto la cena in uno dei tanti ristoranti del centro città. In questi due giorni mi sono rigenerato e soprattutto ho ripreso le forze per affrontare il trekking al parco Los Glaciares. Sono appena le sei del mattino, quando il ronzio del piccolo autobus che mi accompagnerà ad El Chaltén, delizioso paesino di montagna, che qui magnanimamente chiamano la Saint Moritz del sud America, comincia a farsi sentire. Oggi sembra ci sia bel tempo, ma bastano pochi chilometri di viaggio ed invece tutto cambia repentinamente.

All’ingresso della Ruta 40 immensi nuvoloni neri si ergono all’orizzonte, El Chalten sta per accoglierci sotto una forte pioggia. Partire per il trekking in queste condizioni climatiche è davvero un azzardo, ma fortunatamente trascorsa qualche ora il tempo migliora. Passiamo al Centro Visitantes per registrare la nostra presenza, i guardia parco ci rincuorano sul miglioramento meteo previsto per i prossimi giorni.
Essere in questo luogo per me è la realizzazione di un altro sogno. Le imponenti montagne che circondano la zona, tra tutte il Fitz Roy ed il massiccio del Cerro Torre, sono icone dell’alpinismo mondiale ed in particolare italiano. Era il 13 gennaio del 1974 quando l’alpinista Casimiro Ferrari salì l’inviolata Parete Ovest del Cerro Torre, insieme a Conti, Negri e Chiappa, tutti del gruppo “Ragni di Lecco”.
Il Cerro Torre è considerata una tra le più difficili e inaccessibili montagne del mondo. Le particolarità che la rendono così unica sono che tutte le strade possibili per l’ascesa conducono a una parete granitica di 900 metri praticamente verticale; la cima, poi, è costantemente incappucciata da uno spesso fungo di neve. In ultimo, le condizioni climatiche sono spesso e volentieri proibitive. Secondo la leggenda, il primo scalatore a raggiungere la cima fu però un altro scalatore italiano, Cesare Maestri, che nel 1959, con tecniche poco leali, arrivò a pochi metri dalla vetta.
Cominciamo il trekking camminando sotto una fitta pioggia, sembra di essere in un bosco incantato, io ed i miei compagni siamo tutti in fila indiana, nessuno parla, siamo avvolti da un’atmosfera magica. In poche ore di cammino siamo al camp di Poincenot, che in realtà è un piccolo spiazzo nel bosco con un solo bagno alla turca. La pioggia ha creato diversi pantani e trovare un posto adeguato per montare la tenda è una vera impresa.  Fortunatamente scovo uno spiazzo decente e con pazienza certosina riesco a montare la tenda. Sono completamente bagnato, nonostante il giubbotto molto tecnico, l’acqua è penetrata dappertutto. Cerco di scaldarmi mangiando un risotto e del the caldo, ma serve a poco, è tutto molto umido. La notte trascorre movimentata, forti raffiche di vento si alternano a violente scariche di pioggia. E’ l’alba quando riapro gli occhi, continua a piovigginare ed alcune tende dei miei compagni di viaggio non hanno resistito al mal tempo. Alcuni decidono di tornare in città ed abbandonare il trekking, io con pochi amici continuiamo provando a salire alla Laguna de Los Tres. Lungo il sentiero il tempo sembra migliorare, ma poi quando ormai siamo quasi in vetta, ecco abbattersi una piccola tormenta di neve. La Patagonia conferma il suo essere imprevedibile, dinanzi a me lo scenario è incredibile, tutto bianco la visibilità è bassissima, ma riesco ad intravedere la sagoma del Fitz Roy. Tornato al camp smonto la tenda e procedo verso il camp De Agostini sotto una pioggia incessante. Arrivo inzuppato di acqua con le scarpe fradicie, nonostante il goretex! Riesco a montare la tenda, ma ho freddo, la forte pioggia mi ha messo a dura prova. Dormo malissimo. Pochi, timidi raggi di sole, penetrano nella tenda. E’ l’alba. Apro la cerniera della tenda e nevica. A questo punto penso che andare fino al Mirador Maestri per vedere il Cerro Torre non serve a nulla. Preparo la colazione ed ancora una volta la Patagonia si conferma una sorpresa. Il cielo comincia a diventare azzurro, la temperatura sale ed il sole mi riscalda. Quasi non ci credo! I miei vestiti sono completamente bagnati, ne approfitto per mettere tutto sulle rocce ad asciugare. Passa qualche ora, il forte vento ed il sole hanno fatto asciugare tutto. Rinvigorito decido di salire al Mirador Maestri, il vento tanto forte sembra sospingermi. Il gruppo sale diviso, ognuno col suo ritmo, ognuno con i suoi pensieri, ma quando arriviamo alla meta finale il Cerro Torre resta coperto dalle nuvole.

Peccato! La fortuna del bel tempo al Paine non si è ripetuta qui, ma poco importa, l'importante è aver trascorso giorni ricchi di emozioni. Non mi resta che smontare la tenda e far rientro ad El Chalten. La sera in hostel in accordo con i miei compagni di viaggio decido di fare un fuori programma. I guardia parco ci avevano parlato della camminata che porta alla Loma del Pliegue Tumbado, qui, dalla cima si può osservare sia il Fitz Roy che il Cerro Torre.
Come per miracolo la mattina seguente il tempo è eccezionale: cielo azzurro e sole forte. In lontananza finalmente eccoli apparire entrambi, la vista sulle montagne è davvero da cartolina, ne approfitto per scattare alcune foto ed immortalare il momento. Ma la Patagonia non smentisce la sua fama di tempo pazzo, improvvisamente, mentre sono in calzoncini e t-shirt, il tempo cambia repentinamente. Si abbatte una bufera di neve e salire in vetta diventa pericoloso ma soprattutto inutile vista la scarsa visibilità. Col sorriso stampato sul volto rientro ad El Chalten, consapevole di aver vissuto una bellissima esperienza ed aver toccato con mano la magia di un luogo che va assolutamente visitato e vissuto almeno una volta nella vita. 

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