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TRANSAFRICA MOTORAID (I PARTE)
24/04/2017
Africa
Etiopia



La lunga strada verso la Dancalia ed il vulcano Erta Ale

"Mi farebbe piacere che venissi", mi disse Sasà, "Ma dove?" risposi. "Marco, sarà una traversata motociclistica di oltre 5000km. Partiremo da Addis Abeba per andare nella remota regione della Dancalia, dopo visiteremo le città storiche di Lalibela e Gondar, poi entreremo in Sudan, passando per le piramidi dei faraoni neri di Meroe e nell’infinito deserto del Bayuda, e finiremo in Egitto, attraversandolo tutto fino al porto di Alessandria. In squadra saremo in 4: io e te alla guida di due Suzuki DR 400, Renato motociclista esperto e grande viaggiatore che si alternerà con noi, e Giampaolo grande meccanico ed ex pilota, che ci seguirà con la sua Toyota Land Cruiser per darci assistenza". Dopo questa telefonata il viaggio già era cominciato, il tempo che seguì fu solo di preparazione fino al 26 gennaio, giorno di partenza per l'Etiopia.

     

Sono circa le quattro di notte, io e Sasà atterriamo all’aeroporto di Addis Abeba, espletate le formalità doganali andiamo subito al ritiro bagagli, ma scopriamo che il borsone di Sasà non è arrivato. Fortunatamente i pezzi di ricambio che servono per riparare una delle due moto sono nel mio bagaglio, non ci resta che fare la segnalazione all’ufficio lost & found sperando che arrivi il prima possibile. Oramai albeggia quando arriviamo alla guest house, siamo stanchi, ma con tanta voglia di cominciare questa nuova avventura. Ci svegliamo verso mezzogiorno e dopo baci e abbracci con i nostri due compagni di viaggio passiamo il resto della giornata a sistemare la moto, intanto telefoniamo in aeroporto e ci confermano che il bagaglio di Sasà arriverà in nottata. Puntuali alle 6.30 del mattino andiamo a ritirare il bagaglio, adesso non ci resta che partire. Uscire dalla jungla d’asfalto di Addis Abeba è un’impresa titanica, il traffico congestionato è impressionante: auto sgangherate, motorini, tir enormi e animali randagi sono ovunque, se ci metti che il tutto è condito da una fastidiosa e onnipresente polvere, il cocktail dello stress cittadino è pronto all’uso. Percorriamo pochissimi chilometri e la temperatura del radiatore della moto di Sasà comincia a surriscaldarsi, dobbiamo fermarci più volte per consentire che la moto raffreddi. Impieghiamo quasi tre ore per uscire dall’inferno di Addis, ormai fuori dallo smog, vediamo la luce all’ingresso della Express Way, la nuova strada costruita dai cinesi. All'ingresso siamo fermati dalla polizia che ci nega l'ingresso dicendoci che le moto non possono percorrerla. Cavolo! questa non ci voleva, dobbiamo tornare indietro e prendere la vecchia strada percorsa solo da grossi camion che vanno e vengono da Gibuti, oramai porto cinese di Addis Abeba. Fa caldo, molto caldo, la destinazione finale di oggi dovrebbe essere la città di Semera, distante 630km da Addis, ma di questo passo sarà impossibile arrivarci. La strada nonostante è tutta asfaltata non consente mai di guidare rilassati per le enormi ed improvvise buche e le continue deviazioni per lavori in corso.

Siamo nelle ore pomeridiane e mentre tutto sembra scorrere nel migliore dei modo, d’un tratto siamo affiancati da un furgoncino e due auto, ci fanno segno di fermarci, non possiamo fare diversamente, accostiamo e scendiamo dalle moto.  Dopo ripetute battute capiamo che il ponte, che si trova poche centinaia di metri davanti, non si può attraversare in moto, o meglio può essere attraversato, ma le moto devono essere caricate sul furgoncino e pagato un piccolo pedaggio di circa 5 euro. Cominciamo a capire che in Etiopia le moto sono una merce rara, poco vista ma soprattutto poco considerata, non ci resta che accettare la strana richiesta e farci trasportare sul furgoncino dall’altra parte del ponte. Ridiamo a squarciagola perché questa cosa non ha una spiegazione logica apparente, ma poco importa, salutiamo i giovani traghettatori e ripartiamo a gas spianato. 

È ormai notte quando stremati arriviamo a Mille, posto di sosta dei camionisti, abbiamo percorso ben 540km in dodici ore. Troviamo da dormire in una squallida guest house che ci prepara una cena a base di carne di manzo, alcune birre sono di aiuto per digerire la cena e conciliare il sonno. Dopo il tappone di ieri siamo a secco di benzina e dobbiamo fare rifornimento, una cosa semplice a dirsi ma difficile a farsi fuori da Addis Abeba, la regular, così viene chiamata qui, è quasi introvabile, i pochi distributori che si trovano lungo la strada hanno solo il diesel, d’altronde circolano solo grossi camion. Non ci resta che rivolgerci al mercato nero e comprare la jerica, benzina in taniche gialle, che dopo vari tentativi andati a vuoto, riusciamo a trovare ad un prezzo di circa un euro al litro.

 La Dancalia ormai è sempre più vicina, Renato ci racconta che nel 2008 questa strada non era asfaltata ed i tempi di percorrenza erano molto più lunghi, adesso grazie ai cinesi non si mangia più la polvere ed il manto stradale è di ottima fattura. E’ ora di pranzo quando arriviamo al Lago Afrera, qui abbiamo appuntamento con l’uomo dell’agenzia che ci seguirà per tutta la permanenza in Dancalia con la sua Toyota Land Cruiser. Gli Afar, il popolo che abita questa regione, vive in piccoli villaggi, in case costituite da grossi tendoni, consentono ai turisti di poter visitare il loro territorio solo se accompagnati da una guida. La Dancalia è terra di frontiera, uno dei posti meno ospitali al mondo, la sua temperatura è costantemente oltre i 40°, con picchi durante l’estate di 50°. Stiamo per entrare in un altro mondo, siamo nel punto più basso del pianeta terra, in alcune zone si arriva -170mt slm, il paesaggio è aspro, crudo e dannatamente selvaggio. Sono stregato da questi paesaggi lunari, mi stacco dal gruppo e accosto la moto sul ciglio della strada, ho notato un piccolo villaggio ma non vedo nessuno, aspetto ed in pochi secondi si materializzano alcuni bambini che con una donna corrono verso di me. Si fermano poco distanti dalla moto e mi osservano, stranamente avverto una sensazione negativa, la donna comincia ad urlare cose incomprensibili, tolgo il casco per far vedere il mio volto, ma lei continua ad inveire, i bambini mi osservano ed invece sorridono. Non voglio far innervosire oltremodo la donna ed allora a malincuore non mi resta che riaccendere la moto, salutare con un sorriso e andare via.

 Poco più avanti Sasà e le nostre auto sono ferme ad aspettarmi, l’asfalto adesso è finito e per arrivare al vulcano Erta Ale dobbiamo percorrere una pista di circa 50km con fesh fesh, una terribile sabbia del deserto finissima, appiccicosa e molto volatile che mette in difficoltà le moto. Percorriamo pochi chilometri su pista e la moto di Sasà si ferma nuovamente, farla ripartire a spinta è praticamene impossibile, Gianpaolo in macchina ha i cavi della batteria, ma ci precede di qualche chilometro, non ci resta che lasciare la moto nel deserto e riprenderla domani visto che ripasseremo da qui. Arriviamo al villaggio di Dodom, posto alle pendici del vulcano verso le ore 19, l’organizzazione ci ha preparato una cena a base di spaghetti ed insalata, il tempo di gustare l'ottima pasta, si fa per dire, e ci incamminiamo verso la lunga salita che ci porta al cratere. In circa due ore arriviamo in un piccolo e assurdo villaggio creato per i turisti, mi dicono di dormire per terra dentro una capanna, alzo gli occhi al cielo e noto che è incredibilmente stellato, non ci penso due volte, prendo materassino e sacco a pelo e mi butto sotto le stelle. 

 E’ l’alba, le prime luci del giorno cominciano ad intensificarsi, con grandissima delusione scopro che la colata lavica attiva da oltre 30 anni si è spenta circa 10 giorni fa, possiamo solo ammirare il paesaggio. Ci consoliamo andando a vedere la nuova eruzione che però è poco avvicinabile a causa delle forti emissioni di gas. Torniamo al villaggio di Dodom un po’ delusi e dopo aver ripreso le nostre cose ripartiamo per riprendere la moto di Sasà. Io sono in auto mentre Sasà è in moto, pochi chilometri e ci perdiamo di vista, ritroviamo la moto ma la chiave stupidamente l'abbiamo lasciato a Sasà. Vani sono i tentativi di ritrovarlo, non ci resta che caricare la moto in auto e sperare che sia riuscito ad arrivare su asfalto. Ripercorriamo il tratto di fesh fesh guardandoci continuamente intorno, ma non c’è nessuno, fortunatamente ecco apparire la moto parcheggiata a bordo strada e Sasà seduto accanto ad una casetta che ci aspetta sorridente. Rimettiamo la moto su strada e finalmente partiamo per Abala, la strada è bellissima, continui saliscendi si snodano attraverso panorami mozzafiato, non incrociamo praticamente nessuno per quasi 100km. La città di Abala è minuscola, ci sono poche case e qualche guest house per turisti, ne troviamo una molto accogliente ed approfittiamo della sosta per fare una doccia gelata, cambiare la batteria alla moto di Sasà e fare piccole riparazioni.

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