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TRANSAFRICA MOTORAID (II PARTE)
27/04/2017
Africa
Etiopia



Il lago Dallol e le città storiche di Lalibela e Gondar

La notte ci ha rinfrancati nel fisico e nello spirito, la strada inizia a scendere in un ambiente sempre più desertico, il navigatore segna costantemente un’altitudine di -100 slm. Adesso fa veramente caldo, effettuiamo una sosta a Bere Ela per prendere i permessi, poi dritti verso Ahamed Ale, un piccolo agglomerato di baracche dove carichiamo, sull'auto in appoggio, due militari ed una guida. In pochi minuti siamo sulla crosta salina del lago Assale, lo spettacolo è simile a quello dei salares boliviani, ma con una differenza sostanziale: alcune centinaia di uomini, i cosiddetti cavatori di sale, tagliano ininterrottamente lastre di sale che vengono ridotte in mattonelle e successivamente caricate sui cammelli. E’ un posto infernale, il caldo ed il sole riflesso sulla superficie bianca del lago rendono il luogo un girone dantesco, anche alcuni cammelli paiono spossati dall’afa. Le condizioni in cui lavorano questi uomini sono assurde, hanno le mani completamente corrose dal sale ed il viso con rughe così profonde che creano enormi solchi nella pelle. Torniamo al villaggio di Ahamed Ale e ci laviamo con l'acqua di una tanica, mentre mi bagno rifletto sulle condizione disumane a cui sono sottoposti a lavorare questi uomini, spesso giovani, che purtroppo non avranno mai la possibilità neanche di provare a vivere una vita felice.

 
Oggi è il giorno del Dallol, il famoso lago colorato, ci siamo addormentati ammirando Orione ed il Piccolo Carro, ancora una notte con gli occhi rivolti al cielo stellato, ci svegliamo e su di noi vediamo il Grande Carro. Le prime luci dell’alba ci invitano ad alzarci, non dobbiamo fare altro che infilare le scarpe ed eccoci pronti, poco dopo arrivano 4 militari che saranno la nostra scorta sul lago. Il Dallol infatti si trova a circa di 10km dal confine con l’Eritrea ed i rapporti tra i due Stati non sono ottimali. Ripassiamo per il lago Assale, lungo il percorso colonne di cammelli si muovono da Ahamed Ela per andare a caricare il sale, è una scena meravigliosa; il sole si alza timidamente mentre i cammelli camminano lentamente, sembra che tutto si muova seguendo un’armonia divina.

  Dopo circa 20 km percorsi in un paesaggio lunare, ecco finalmente il lago Dallol, lasciamo le auto e a piedi continuiamo su un terreno di roccia e sale, poche centinaia di metri ci conducono in cima ad una collinetta, lo spettacolo che si presenta dinanzi a noi è incredibile. La fuoriuscita di vapori carichi di diversi minerali e sali crea concrezioni saline di forme bellissime con colori che vanno dal bianco, al giallo zafferano, al verde fluorescente, fino al rosso. Attraversiamo, camminando con estrema attenzione sui bordi salini, pozze d'acqua di incredibili colori, sentiamo la terra ribollire sotto i nostri piedi, mentre da una pozza si elevano vapori di zolfo. Sembra di essere in un altro pianeta e che Anakin Skywalker potrebbe atterrare qui con la sua astronave. Nessun altro luogo al mondo è paragonabile al Dallol, sono sbalordito, i colori sono straordinari, mi sento davvero un uomo fortunato per essere qui, osservare con i miei occhi un luogo tanto particolare. Ai margini del lago scopro poi i resti di quella che, durante il colonialismo fascista, doveva essere una base militare e di ricerca italiana, assurdo pensare come, quasi un secolo fa, l’uomo abbia potuto creare in questo luogo un piccolo insediamento.

 
Riprendiamo le moto e salutiamo la Dancalia, un luogo che certamente, grazie al clima impervio e alle reali difficoltà logistiche, non subirà mai il flusso del turismo di massa. La strada verso la città di Makelle è tutta in salita, il caldo torrido del punto più basso della terra sta via via terminando, correnti di aria fresca arrivano sul corpo donando una piacevole sensazione. Makelle ci dà il benvenuto ed approfittiamo della buona sistemazione in hotel per rinfrescarci e portare le moto in un lavaggio per togliere il sale di questi giorni. Riposiamo come bambini, un buon letto su cui dormire non dispiace mai, memori del traffico incontrato ad Addis Abeba, partiamo alle prime ore del giorno, cercando di uscire dal centro città prima che si congestioni tutto. La strada verso Lalibela è lunga, nonostante Makelle si trovi a circa 2000mt slm continuiamo a salire, attraversiamo infiniti boschi di eucalipto, un legno che in Etiopia si usa moltissimo, sia per i ponteggi che per costruire la struttura portante delle loro case tradizionali, finite poi con una malta di fango e paglia. Tocchiamo quota 3600mt, le moto avvertono l’aria rarefatta e fanno fatica a salire di giri, siamo su un immenso altopiano con continui saliscendi, curve e tornanti, la guida è piacevole ma impegnativa. Le desertiche e calde strade della Dancalia hanno lasciato il posto a strade attraversate continuamenti da animali di ogni specie: capre, pecore, asini, vacche e cammelli che amano stare sulla strada asfaltata e non nei prati, sempre pronti, appena sentono il rumore dei nostri motori, a buttarsi a centro carreggiata. Piccoli villaggi appaiono e scompaiono nel nulla come fossero immaginari.

 Dopo un lungo tratto oltre i 3000mt, ricominciamo a scendere, il panorama sottostante è da mozzare il fiato, mi fermo ripetute volte a fare foto e godere di questi splendidi paesaggi. Passiamo per Debre Sina, e ciò che rimane del trionfale passaggio dell’esercito italiano nel 1936, che aveva alla testa il generale Badoglio: tre gallerie scavate nella roccia, di cui una, la più lunga, misura circa settecento metri. La strada in discesa è entusiasmante, la fitta boscaglia di eucalipti è da tempo cessata, lasciando il posto a piantagioni di diversi ortaggi, Lalibela è sempre più vicina, una freccia ci indica che dobbiamo lasciare l’arteria principale. L’ultimo tratto di strada è su pista, o per meglio dire quella che una volta era tale, oggi invece un enorme cantiere a cielo aperto gestito da ditte cinesi. Mangiamo tantissima polvere per via della presenza costante di camion, l’ultimo tratto di strada asfaltato ci fa capire di essere prossimi a Lalibela, il fiore all’occhiello del turismo etiope. L’impatto non è bellissimo, un’accozzaglia di case con il tetto in lamiera, costruite senza il minimo decoro urbano, si mostra a noi, ma la sua bellezza è nel sottosuolo, nelle sue 11 chiese copte ipogee, scavate nella roccia, che dal 1968 l'UNESCO ha inserito nel patrimonio dell’umanità. La più famosa delle chiese è quella di Saint George, con essa si raggiunge l’assoluta perfezione formale del genere, con un plinto a tre livelli alto quindici metri a forma di croce greca, a mio modesto parere dovrebbe essere inserita tra le meraviglie del mondo moderno.

 Il pavimento interno in pietra, è quasi interamente coperto di tappeti, ai lati teche in legno custodiscono scritti e croci, coppe e figure dipinte. Gli interni sono essenziali, tre sale divise da muri di pietra sono sovrastate dalla roccia e non hanno tetto artificiale. Sono le sei del pomeriggio, il sole è ancora caldo, la mia visita continua verso altre chiese, belle, ma non con lo stesso fascino di Saint George, la terra rossa, per lo più roccia viva, assume adesso colori pastello molto tenui, il passare dei secoli ha modificato il rosso del tufo lavico, rendendolo simile al verde muschio, al giallo ocra, ad arancio appassito. Sembra quasi come se da una grande tavolozza di un pittore, questi colori si fossero rovesciati sulla sommità di ogni chiesa ricoprendola da tutti i lati. Lalibela è un posto magico, si avverte un’energia molto forte, continuo a camminare ed arrivo su una vecchia via lastricata, trovo le vecchie abitazioni tucul, in pietra e su due piani, si infittiscono, creando un labirinto nel quale è piacevole perdersi, sono rincuorato, per caso ho scoperto la città antica, quella che la dinastia Zagwe edificò tra il XII e XIII secolo.
Lasciamo Lalibela ripercorrendo i 60km di cantiere a cielo aperto, Gondar è la prossima ed ultima tappa di questa traversata etiope. Una sconfinata lingua d'asfalto, ci accompagna nello sconfinato altopiano etiope, attraversiamo i soliti anonimi villaggi e foreste di eucalipto; asini e vacche restano il nostro solito pericolo costante, sempre pronte ad invadere la carreggiata al nostro passaggio.

 Un meraviglioso mercato rapisce la nostra vista, impossibile non fermarsi, in pochi secondi ognuno di noi è avvolto dalla folla festante, sembra che siano arrivati i Cold Play, adoro l'Africa per queste genuine manifestazioni d'affetto. Il rispetto che queste persone nutrono nei nostri confronti è unico, intorno a me avrò circa 30-40 persone e nessuno si azzarda a toccarmi, anzi i bambini fanno a gara per tenermi la mano, sono felice, vorrei abbracciarli tutti e far capire loro quanto è bello essere qui. Il mercato è colorato si vende un pò di tutto, dagli ortaggi, alla carne, a capi di abbigliamento, tutto si tiene rigorosamente all'aperto e per terra. Dopo aver macinato oltre 300km siamo a Gondar, città piena di storia e cultura, è l’Etiopia che non ti aspetti, antica capitale del regno, contiene nell’aria della Cittadella Reale, fondata dal re Faslide, sei fortezze principali in stile barocco portoghese. Ammiriamo il castello merlato, le mura, il palazzo restaurato dagli italiani con stucco veneziano giallo, ma anche i cattivi restauri in cemento presenti nelle stalle. Finita la visita ritorniamo in albergo e sistemiamo moto e documenti per il passaggio in frontiera, domani entreremo nel “temuto” Sudan, quello che in tanti, in Italia, dipingono come un luogo da cui stare lontani, vedremo...

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