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ACONCAGUA EXPEDITION (PARTE I)
14/11/2017
Americhe
Argentina



 

I preparativi e l’arrivo a Confluencia 3.400m slm

Erano i primi giorni di Novembre dello scorso anno, quando appena atterrato in Patagonia, nel corridoio dell’aeroporto, notai una grossa foto dove era raffigurata l’Aconcagua, la montagna più alta del continente americano. I suoi 6962mt la rendono anche la montagna più alta del mondo al di fuori della catena dell’Himalaya. Accanto a me c’era Nick, i nostri sguardi si incrociarono, non dicemmo nessuna parola, quel semplice gesto bastò per intenderci, il sogno era cominciato.
E’ trascorso appena un anno da quel momento, io e Nick stiamo salendo su un aereo diretto a Buenos Aires! Ho vissuto gli ultimi tre mesi allenandomi instancabilmente 6 giorni su 7, per oltre tre ore al giorno, senza mai risparmiarmi. Tanti sacrifici, non solo fisici, per arrivare pronto ad affrontare col cuore e l’atteggiamento mentale adeguato questa nuova avventura. L’Aconcagua dal punto di vista tecnico alpinistico non è molto difficile, eppure le statistiche dicono che solo il 50% delle persone che tentano la scalata riescono ad arrivare in vetta…perché? La verità è che osservandola fa paura, grossa, imponente con le sue pareti continuamente sferzate da venti potentissimi. La sfida vera infatti è data dalla grande altezza, dall'aria sottile e rarefatta, dal freddo intenso portato dal temuto “Viento Blanco” e dalle tempeste improvvise e violente, che possono trasformare l'ascensione in una terribile odissea. Essere in eccellente condizione psicofisica è fondamentale, rispetto e pazienza per aspettare il momento propizio, ma più di tutto si deve avere tanta fortuna. Più volte mi sono chiesto perché ho scelto di scalare l’Aconcagua, la risposta che ho trovato è sempre la stessa: per sentirmi vivo, perché l’avventura è parte della mia vita, senza di essa mi sentirei come un marinaio condannato a vivere senza mare.


Sono le cinque del mattino quando atterriamo a Buenos Aires, la temperatura è mite, molto simile a quella lasciata nella nostra Italia. Riprendiamo i bagagli e dopo aver fatto colazione cambiamo aeroporto. Buenos Aires infatti ha 2 aeroporti, uno destinato principalmente ai voli internazionali e l’altro, l’Aeroparque, per i collegamenti nazionali. Il bus impiega circa un’ora per portarci in centro città, siamo emozionati ed il nostro viso è spiaccicato sul finestrino, siamo curiosi come due bambini che arrivano nel paese dei balocchi. Prendiamo il nostro ultimo volo per la città di San Juan e all’ arrivo troviamo la navetta aeroportuale che in tre ore ci porta a Mendoza. Dopo oltre un giorno di viaggio siamo finalmente arrivati alla nostra prima tappa. Ci sistemiamo in hotel con la consapevolezza che già domani pomeriggio dovremo ripartire per Los Penitentes. Il tempo a nostra disposizione qui è davvero poco, cerchiamo di pianificare tutto al meglio e dopo una doccia calda, chiamiamo Nicolas, che ci darà una mano per aver nel più breve tempo possibile il permesso per la scalata. Pianificato il tutto, non ci resta che rilassarci e rifocillarci andando in un ristorante per mangiare il famoso befe de chorizo. Ordiniamo 800gr di carne a testa, inutile dire che il palato è estasiato; gustiamo ogni singolo pezzo di carne pensando anche che sarà l’ultimo da qui a breve tempo. La notte trascorre tranquilla e noi dormiamo come ghiri, un sonno tanto profondo che è solo il telefono dell’hotel a svegliarci quando ormai sono le nove del mattino. Nicolas è già pronto per ricevere i documenti. Ci vestiamo velocemente ed in 2 minuti siamo nella hall. Consegniamo il tutto e concordiamo un appuntamento per ora di pranzo. Ci rechiamo in un negozio di montagna, già contattato dall’Italia, e compriamo le ultime cose utili per la nostra avventura: bombolette del gas, tenda per i campi alti ed io ne approfitto per acquistare anche un sacco a pelo. Nicolas, al nostro rientro, è già nella hall ed in mano ha i preziosi permessi.

 

Festa grande! Siamo contentissimi, anche se constatiamo che adesso il nostro bagaglio, già enorme alla partenza, è cresciuto a dismisura; abbiamo in totale tre zaini e due borsoni, ed in più un sacco telato con la tenda d’alta quota ed il gas. Questo è l’handicap di fare una spedizione in alta quota in totale autonomia: significa non dipendere da nessuna guida, portatori o cuochi, essere completamente responsabili ed avere personalmente cura del più piccolo dettaglio per non mettere in pericolo lo svolgimento della missione. E questa responsabilità, questo coinvolgimento totale dà più sapore all’esperienza che si vive che, al di là del risultato sportivo, è unica.
Il nostro autobus per Los Penitentes parte puntuale alle 15.30. Il viaggio è lungo e le continue soste in ogni paesino lo rendono ancor più duraturo e pesante, salgono e scendono persone ad ogni fermata. L’Argentina è davvero enorme ed escluse le grandi città, le distanze sono infinite. I centri abitati si fanno sempre più radi; sono trascorse oltre 4 ore di viaggio, quando l’autista grida “Los Penitentes”. Raccogliamo velocemente tutte le nostre cose e scendiamo. Siamo gli unici. L’autista ci lascia in mezzo al nulla dicendoci solo “suerte italianos”. E’ quasi buio e non sappiamo dove andare, non abbiamo prenotazioni e con i nostri oltre 35kg a testa tra attrezzatura e bagaglio, non è facile muoversi. Sembra di essere in un paese fantasma, non c’è anima viva in giro. Siamo a soli 25km dal confine cileno e Los Penitentes (2.500m) durante l’inverno (la nostra estate) diventa un’importante stazione sciistica, ma adesso che è estate (si fa per dire) non c’è nessuno. Comincia a fare freddo, è buio, e la temperatura è scesa notevolmente. Accantoniamo i nostri bagagli ed uno per volta cominciamo a bussare alle porte delle poche pousadas. Finalmente troviamo un posto per dormire e per cenare. Chiamo al cellulare Eduardo, l’addetto dell’agenzia Grajales che si occuperà del trasporto delle attrezzature fino al campo base, meglio conosciuto come Plaza de Mulas. Concordo con lui un appuntamento per l’indomani. La distanza dall’ingresso del parco fino al campo base è di circa 32km, e pensare di farla con oltre 35kg di peso addosso è davvero improponibile. La sveglia questa mattina suona presto e stavolta la sentiamo tutta, ci attende un altro giorno lungo ed impegnativo. Ci rechiamo subito nell’ufficio di Eduardo ed effettuiamo la pesa dei bagagli da far trasportare con i muli. Scarichiamo dalle nostre spalle ben 50kg, tra attrezzature e cibo!!!

 

Finalmente possiamo partire scarichi, si fa per dire, poiché comunque abbiamo ancora 13kg a testa. Noleggiamo anche una radiotrasmittente, che ci servirà per comunicare col campo base quando saremo ai campi alti. Eduardo si offre di accompagnarci in auto fino a Puente del Inca (2700mt), punto d’ingresso del parco. Registriamo la nostra presenza ai guardaparco che ci informano sulle regole ed il comportamento da tenere durante la spedizione e dopo l’ennesimo “suerte” cominciamo a camminare. La prima tappa ci porta a Confluencia, il sentiero è abbastanza segnato e non dà problemi, cominciamo a salire ed in poco tempo siamo già a quota 3.000m. Sembra di essere in un canyon, pareti di roccia ad entrambi i lati, fanno da contorno a un torrente che si è formato dallo scioglimento dei ghiacciai. Arriviamo dopo oltre 3 ore di cammino, stanchi non tanto per la quota ma per il peso sulle spalle. Troviamo poche tende, in tutto saranno una decina, siamo ancora in bassa stagione. Ci fermiamo nella tenda cucina di un’agenzia ed in pochi minuti veniamo sommersi da biscotti, succhi e pizze. Solo dopo capiremo che ci avevano presi per dei loro clienti. Montiamo la tenda che da li a poco sarà ribattezzata la “Bat tent”. Confluencia si trova ad una quota di 3.400mt ed è una tappa fondamentale per acclimatarsi bene prima del campo base. Sosteremo qui per due notti. Cominciamo a bere tantissima acqua ed ovviamente comincia, quella che sarà la prima di una lunga serie di notti a far pipì.

   

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