Quaderni di viaggio

In moto da Addis Abeba alla Dancalia

"Mi farebbe piacere che venissi", mi disse Sasà, "Ma dove?" risposi. "Marco, sarà una traversata motociclistica di oltre 5000km. Partiremo da Addis Abeba per andare nella remota regione della Dancalia, dopo visiteremo le città storiche di Lalibela e Gondar, poi entreremo in Sudan, passando per le piramidi dei faraoni neri di Meroe e nell’infinito deserto del Bayuda, e finiremo in Egitto, attraversandolo tutto fino al porto di Alessandria. In squadra saremo in 4: io e te alla guida di due Suzuki DR 400, Renato motociclista esperto e grande viaggiatore che si alternerà con noi, e Giampaolo grande meccanico ed ex pilota, che ci seguirà con la sua Toyota Land Cruiser per darci assistenza". Dopo questa telefonata il viaggio già era cominciato, il tempo che seguì fu solo di preparazione fino al 26 gennaio, giorno di partenza per l'Etiopia.

Sono circa le quattro di notte del 27 gennaio, quando io e Sasà atterriamo all’aeroporto di Addis Abeba, espletate le formalità doganali andiamo subito al ritiro bagagli, ma scopriamo che il borsone di Sasà non è arrivato. Fortunatamente i pezzi di ricambio che servono per riparare una delle due moto sono nel mio bagaglio, non ci resta che fare la segnalazione all’ufficio lost & found e quando ormai albeggia andiamo alla guest house prenotata che si trova a pochi chilometri dall’aeroporto.  Ci svegliamo verso mezzogiorno e dopo baci e abbracci con i nostri due compagni di viaggio passiamo il resto della giornata a sistemare la moto, intanto telefoniamo in aeroporto e ci confermano che il bagaglio di Sasà arriverà in nottata. Puntuali alle 6.30 del mattino seguente andiamo a ritirare il bagaglio, adesso non ci resta che partire. Uscire dalla jungla d’asfalto di Addis Abeba è un’impresa titanica, il traffico congestionato è impressionante: auto sgangherate, motorini, tir enormi e animali randagi sono ovunque, se ci metti che il tutto è condito da una fastidiosa e onnipresente polvere, il cocktail dello stress cittadino è pronto all’uso. Percorriamo pochissimi chilometri e la temperatura del radiatore della moto di Sasà comincia a surriscaldarsi, dobbiamo fermarci più volte per consentire che la moto raffreddi. Impieghiamo quasi tre ore per uscire dall’inferno di Addis, ormai fuori dallo smog vediamo la luce all’ingresso della Express Way, la nuova strada costruita dai cinesi, ma poco prima del casello la polizia ci ferma dicendoci che le moto non possono percorrerla. Cavolo, questa non ci voleva, dobbiamo tornare indietro e prendere la vecchia strada percorsa solo da grossi camion che vanno e vengono da Gibuti, oramai porto cinese di Addis Abeba. Fa caldo, molto caldo, la destinazione finale di oggi dovrebbe essere la città di Semera, distante 630km da Addis, ma di questo passo sarà impossibile arrivarci. La strada nonostante è tutta asfaltata non consente mai di guidare rilassati per le enormi ed improvvise buche e le continue deviazioni per lavori in corso.


Siamo nelle ore pomeridiane e mentre tutto sembra scorrere nel migliore dei modi, d’un tratto siamo affiancati da un furgoncino e due auto, fanno segno di fermarci, non possiamo fare diversamente, accostiamo e scendiamo dalle moto. Dopo ripetute battute capiamo che il ponte, che si trova a poche centinaia di metri dinanzi a noi, non si può attraversare in moto, o meglio può essere attraversato, ma le moto devono essere caricate sul furgoncino e pagato un piccolo pedaggio di circa 5 euro. Cominciamo a capire che in Etiopia le moto sono una merce rara, poco vista ma soprattutto poco considerata, non ci resta che accettare la strana richiesta e farci trasportare sul furgoncino dall’altra parte del ponte. Ridiamo a squarciagola perché questa cosa non ha una spiegazione logica apparente, ma poco importa, salutiamo i giovani traghettatori e ripartiamo a gas spianato. È ormai notte quando arriviamo stremati a Mille, luogo di sosta dei camionisti, abbiamo percorso ben 540km in dodici ore. Troviamo da dormire in una squallida guest house che ci prepara una cena a base di carne di manzo, che accompagniamo con un paio di birre per conciliare il sonno. 

 

Dopo il tappone di ieri siamo a secco di benzina, una cosa semplice a dirsi ma difficile da trovare  fuori da Addis Abeba, la regular, così viene chiamata qui, è quasi introvabile, i pochi distributori che si trovano lungo la strada hanno solo il diesel, d’altronde circolano solo grossi camion che non vanno di certo a benzina. Non ci resta che rivolgerci al mercato nero e comprare la jerica, benzina in taniche gialle, che dopo vari tentativi andati a vuoto, riusciamo a trovare ad un prezzo di circa un euro al litro! La regione della Dancalia ormai è sempre più vicina, Renato ci racconta che nel 2008 questa strada non era asfaltata ed i tempi di percorrenza erano molto più lunghi, adesso grazie ai cinesi non si mangia più la polvere ed il manto stradale è di ottima fattura. E’ ora di pranzo quando arriviamo al Lago Afrera, qui abbiamo appuntamento con l’uomo dell’agenzia che ci seguirà per tutta la permanenza in Dancalia con la sua Toyota Land Cruiser. Gli Afar, il popolo che abita questa regione, vive in piccoli villaggi, in case costituite da grossi tendoni, consentono ai turisti di poter visitare il loro territorio solo se accompagnati da una guida, la Dancalia è terra di frontiera, uno dei posti meno ospitali al mondo, la sua temperatura è costantemente oltre i 40°, con picchi durante l’estate di oltre 50°. Stiamo per entrare in un altro mondo, siamo nel punto più basso del pianeta terra, in alcune zone si arriva -170mt slm, il paesaggio è aspro, crudo e dannatamente selvaggio. Sono stregato dai paesaggi lunari intorno a me, mi stacco dal gruppo e accosto la moto sul ciglio della strada, ho notato un piccolo villaggio ma non vedo nessuno, aspetto ed in pochi secondi si materializzano alcuni bambini che con una donna corrono verso di me. Si fermano poco distanti dalla moto e mi osservano, stranamente avverto una sensazione negativa, la donna comincia ad urlare cose incomprensibili, tolgo il casco per far vedere il mio volto, ma lei continua ad inveire, i bambini mi osservano ed invece sorridono. Non voglio far innervosire oltremodo la donna ed allora a malincuore non mi resta che riaccendere la moto, salutare con un sorriso e andare via.

  

Poco più avanti Sasà e le nostre auto sono ferme ad aspettarmi, l’asfalto adesso è finito  e per arrivare al vulcano Erta Ale dobbiamo percorrere una pista di circa 50km con fesh fesh, una terribile sabbia del deserto finissima, appiccicosa e molto volatile che mette in difficoltà le moto. Percorriamo pochi chilometri su pista e la moto di Sasà si ferma nuovamente, farla ripartire a spinta è praticamene impossibile, Gianpaolo in macchina ha i cavi della batteria, ma ci precede di qualche chilometro, non ci resta che lasciare la moto nel deserto e riprenderla domani visto che ripasseremo da qui. Arriviamo al villaggio di Dodom, posto alle pendici del vulcano verso le ore 19, l’organizzazione ci ha preparato una cena a base di spaghetti ed insalata, il tempo di gustare gli ottimi spaghetti, si fa per dire, e ci incamminiamo verso la lunga salita che ci porta al cratere. In poco meno di due ore arriviamo in un piccolo e assurdo villaggio creato per i turisti, mi dicono di dormire per terra dentro una capanna, alzo gli occhi al cielo e noto che è incredibilmente stellato, non ci penso due volte, prendo materassino e sacco a pelo e mi butto sotto le stelle.


E’ l’alba, le prime luci del giorno cominciano ad intensificarsi, con grandissima delusione scopro che la colata lavica attiva da oltre 30 anni si è spenta circa 10 giorni fa, possiamo solo ammirare il paesaggio, di lava neanche l’ombra. Ci consoliamo andando a vedere la nuova eruzione che però non è avvicinabile a causa delle forti emissioni di gas. Torniamo al villaggio di Dodom un po’ delusi e dopo aver ripreso le nostre cose ripartiamo per riprendere la moto di Sasà. Io sono in auto mentre Sasà è in moto, pochi chilometri e ci perdiamo di vista, dopo poco troviamo la moto ma siamo senza chiave poiché stupidamente le abbiamo lasciate a Sasà. Vani sono i tentativi di ritrovarlo, non ci resta che caricare la moto in auto e sperare che sia riuscito ad arrivare su asfalto. Ripercorriamo il tratto di fesh fesh guardandoci continuamente intorno, ma non c’è nessuno, fortunatamente arrivati nuovamente su asfalto vediamo la moto parcheggiata a bordo strada e Sasà seduto accanto ad una casetta che ci aspetta sorridente. Rimettiamo la moto su strada e finalmente partiamo per Abala, la strada è bellissima, continui saliscendi si snodano attraverso panorami mozzafiato, non incrociamo praticamente nessuno per quasi 100km. La città di Abala è minuscola, ci sono poche case e qualche guest house per turisti, ne troviamo una molto accogliente ed approfittiamo della sosta per cambiare la batteria alla moto di Sasà e fare piccole riparazioni.

 

La notte ci ha rinfrancati nel fisico e nello spirito, la strada inizia a scendere in un ambiente sempre più desertico, il navigatore segna costantemente un’altitudine di -100 slm. Adesso fa veramente caldo, effettuiamo una sosta a Bere Ela per prendere i permessi, poi dritti verso Ahamed Ale, un piccolo agglomerato di baracche dove carichiamo, sull'auto in appoggio, due militari ed una guida. In pochi minuti siamo sulla crosta salina del lago Assale, lo spettacolo è simile a quello dei salares boliviani, ma con una differenza sostanziale: alcune centinaia di uomini, i cosiddetti cavatori di sale, tagliano ininterrottamente lastre di sale che vengono ridotte in mattonelle e successivamente caricate sui cammelli. E’ un posto infernale, il caldo ed il sole riflesso sulla superficie bianca del lago rendono il luogo un girone dantesco, anche alcuni cammelli paiono spossati dall’afa. Le condizioni in cui lavorano questi uomini sono assurde, hanno le mani completamente corrose dal sale ed il viso con rughe così profonde che creano enormi solchi nella pelle. Torniamo al villaggio di Ahamed Ale e ci laviamo con l'acqua di una tanica, mentre mi bagno rifletto sulle condizione disumane a cui sono sottoposti a lavorare questi uomini, spesso giovani, che purtroppo non avranno mai la possibilità neanche di provare a vivere una vita felice.


 

Oggi è il giorno del Dallol, il famoso lago colorato, ci siamo addormentati ammirando Orione ed il Piccolo Carro, ancora una notte con gli occhi rivolti al cielo stellato, ci svegliamo e su di noi vediamo il Grande Carro. Le prime luci dell’alba ci invitano ad alzarci, non dobbiamo fare altro che infilare le scarpe ed eccoci pronti, poco dopo arrivano 4 militari che saranno la nostra scorta sul lago. Il Dallol infatti si trova a circa di 10km dal confine con l’Eritrea ed i rapporti tra i due Stati non sono ottimali. Ripassiamo per il lago Assale, lungo il percorso colonne di cammelli si muovono da Ahamed Ela per andare a caricare il sale, è una scena meravigliosa; il sole si alza timidamente mentre i cammelli camminano lentamente, sembra che tutto si muova seguendo un’armonia divina.


Dopo circa 20 km percorsi in un paesaggio lunare, ecco finalmente il lago Dallol, lasciamo le auto e a piedi continuiamo su un terreno di roccia e sale, poche centinaia di metri ci conducono in cima ad una collinetta, lo spettacolo che si presenta dinanzi a noi è incredibile. La fuoriuscita di vapori carichi di diversi minerali e sali crea concrezioni saline di forme bellissime con colori che vanno dal bianco, al giallo zafferano, al verde fluorescente, fino al rosso. Attraversiamo, camminando con estrema attenzione sui bordi salini, pozze d'acqua di incredibili colori, sentiamo la terra ribollire sotto i nostri piedi, mentre da una pozza si elevano vapori di zolfo. Sembra di essere in un altro pianeta e che Anakin Skywalker potrebbe atterrare qui con la sua astronave. Nessun altro luogo al mondo è paragonabile al  Dallol, sono sbalordito, i colori sono straordinari, mi sento davvero un uomo fortunato per essere qui, osservare con i miei occhi un luogo tanto particolare. Ai margini del lago scopro poi i resti di quella che, durante il colonialismo fascista, doveva essere una base militare e di ricerca italiana, assurdo pensare come, quasi un secolo fa, l’uomo abbia potuto creare in questo luogo un piccolo insediamento.

 

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