Quaderni di viaggio

India

Difficile descrivere in poche righe cosa sia l’India e quali siano le sensazioni che ti dà, è una terra piena di estremismi difficili da spiegare: da un lato c’è l’India religiosa, quella dei bellissimi templi induisti o giainisti in cui regna la pace e la tranquillità, e dall’altra c’è l’India delle strade e dei mercati: caotica, sudicia, senza ordine e senza regole. Il Rajastan mi ha affascinato, conquistato e meravigliato per le sue indiscusse bellezze, ma al contempo rattristato per la tanta povertà trovata. Ora capisco i cartelli pubblicitari all’aeroporto che “voce alta” dicevano “Incredible India”, infatti l’India è incredibile davvero, per l'enorme varietà etnica e culturale, per i monumenti da sogno che ci lasciano immaginare la vita lussuosa al tempo dei maharaja e per la gentilezza della sua gente. E’ incredibile per i contrasti molto accentuati, per lo stridore della musica amplificata dagli altoparlanti, per i profumi di fiori e incenso e le puzze di materiale organico disseminato ovunque, per la commistione tra uomini e vacche, ma è anche inguaribilmente “incredibile” per la sua recidività all’imbroglio e per la ricchezza di immaginazione nel tentare di fregare gli stranieri. 
Ho lasciato il Rajastan e mi trovo nella regione dell’Uttar Pradesh, ho cominciato la seconda parte del mio viaggio, quella ancora più spirituale, forte ed intensa. La regione ospita il più grande e famoso monumento all’amore, il Taj Mahal, mausoleo fatto costruire nel 1632 dall’imperatore Shah Jahan in memoria della moglie preferita Ariumand Begum, annoverato oggi tra le 7 meraviglie del mondo moderno. Che prova d’amore, e io aggiungerei, ai miracoli dell’amore: bianco come la sposa, puro come l’amore sincero provato, semplice nei decori ma maestoso nel portamento, visibile e ammirabile da qualsiasi angolo e direzione, questo è il Taj Mahal. La fila per entrare già al mattino è lunga, ma in un’ora sono al suo interno, descrivere a parole l'immensa bellezza e perfezione di questo monumento è difficile, bisogna ammirarlo di persona, con i propri occhi.

Trascorro l’intera giornata, voglio aspettare il tramonto e gustarmi lo spettacolo. Man mano che il sole scende nel Yamuna, fiume sacro che bagna un fianco del Taj Mahal, il marmo da bianco comincia a diventare sempre più rosa, fluttuante tra le nebbie rosse e violacee, imponente, elegante, spettacolare, non riesco a staccare lo sguardo. Il fiume scorre lento come a scandire il tempo, mentre la notte scende calma ed inesorabile, sembra di essere in teatro, l’oscurità come una grande tela chiude il sipario. Ora sono sulla strada di rientro in hostel e la mia mente divaga su quanto visto, sono sereno e sorridente, cammino lento, lo sguardo è rivolto in avanti e gli occhi leggermente al cielo. Ripenso a quante persone sono state qui prima di me, quanto amore e quanto sofferenza c’è voluta per creare un’opera simile e mi convinco sempre di più che non c’è limite alla mente umana. Decido di trascorrere un'altra giornata ad Agra e visitare anche questo luogo che molti snobbano. La città è un labirinto di vicoli e vicoletti, senza un’apparente logica, ha un fascino particolare, diverso dal Rajastan, è cresciuta sull’onda della popolarità del Taj Mahal e le sue strade sono un’accozzaglia di case nuove e vecchie, strade strette e larghe, la solita sporcizia fa da contorno a tutto.

Il viaggio continua ed in serata sono alla stazione dei treni in partenza per Varanasi, l’antica Benares, una tra le città più antiche al mondo, pare risalga addirittura al 1500 a.c., “Benares è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più della leggenda e sembra due volte più antica di tutto questo messo insieme” cit. Mark Twain. Città sacra per gli induisti, santa a Shiva, il Gange che la bagna è il fiume del cielo e del paradiso; ogni induista, almeno una volta nella vita, deve andare a Varanasi ed immergersi nelle acque del Gange, facendo almeno 5 ghats (rampe di scale di pietra che terminano nell'acqua del Gange) per lavarsi e pulirsi dei peccati. Dopo aver trascorso l’intera notte in treno arrivo finalmente in città, poche ore per riorganizzarmi e sono lungo il Gange. La mia esplorazione parte da Assi ghat, il ghat più a sud della città, non voglio perdermi neanche un granello di Varanasi. Fa caldo e comincio a camminare, l’aria che respiro è diversa, questa volta non è la solita puzza che si mescola ai profumi di spezie, non so, avverto una sensazione nuova, strana: qui la vita si mescola con la morte, sacralità e spiritualità, benvenuto a Varanasi Marco.

Incontro poca gente lungo il fiume, chiedo perché e mi dicono di aspettare il tramonto, tra poco comincerà la puja (atto di adorazione verso una divinità che può esprimersi in diversi modi). Ritorno veloce in hostel e mi preparo, sono emozionato, non vedo l’ora di “vivere” questa nuova esperienza. Assoldo un barcaiolo, il suo nome è Bilal, sono da solo e tale voglio restare, godermi momento per momento, senza nessuno che mi parli o chieda di fermarsi a fare foto. Sono circa le 18 quando comincio la traversata, una moltitudine di persone offre al fiume canti, mantra, conchiglie suonate e cimbali, migliaia di offerte votive luminose fluttuano sull’acqua. I miei occhi stentano a credere, resto senza parole, sono rapito da tanta spiritualità, e non c’entra se sei cattolico o induista, qui c’è un’energia che va al di là delle religioni, c’è l’essenza della vita e quindi anche della morte, perché la morte è parte della vita stessa.

 

Il buio è sceso sul fiume e la luna piena rischiara le sue acque, illuminate dalle tante piccole candele galleggianti, musiche e preghiere provenienti dalle cerimonie che si alternano lungo i ghat. Scorre il fiume, scorre la vita, il mio barcaiolo sembra Caronte, d’un tratto lo scenario si fa ancora più forte, sono arrivato a Manikarnika, il ghat crematorio. Fuochi accesi, fiamme alte, fumo ovunque, cenere, alcune persone pesano la legna necessaria per la cremazione, altre si occupano di sistemare i cadaveri prima di darli alle fiamme. Sono sconvolto, immobile sulla barca, tra le mani ho la macchina fotografica e mi accorgo di non aver scattato quasi nessuna foto. Ritorno indietro, per oggi basta così. D’accordo con Bilal ci diamo appuntamento per l’indomani alle 5.15 del mattino. Ho dormito poco e male, sono le 5 del mattino e puntuale mi ritrovo all’appuntamento, trovo Bilal che prepara la barca, mi sorride ed in pochi minuti siamo sul fiume. La prospettiva ora è diversa, non trovo più quella luce bianca riflessa sull’acqua, è ancora buio ed il sole si erge lentamente, una tiepida luce rossa si infrange sul fiume. Come oramai da centinaia di anni, una nuova alba si erge su Varanasi e tra le acque “settiche” della grande Madre lo spettacolo si rinnova: persone che si lavano i denti, pregano immergendosi completamente in acqua, si insaponano i capelli, lavano i vestiti, chiacchierano, fanno yoga, meditano, alcuni sorseggiano l’acqua del fiume per “purificarsi”, quella stessa acqua nella quale poco dopo ho visto galleggiare più di un cadavere, nella quale si riversano le cloache di Varanasi.

E’ avvincente guardare il tutto, quanta vita, la cosa che più mi stupisce è il rispetto che gli uni hanno per gli altri, nessuno disturba nessuno. Uno spettacolo forte, odori intensi a tratti mi invadono, i miei occhi sono rapiti e per la seconda volta mi ritrovo tra le mani la macchina fotografica con pochi scatti. Rieccomi a Manikarnika, il ghat funerario, ritrovo lo stesso spettacolo visto ieri, ma i colori ora sono diversi, è l’alba e c’è luce, i volti delle persone sono nitidi e posso osservare le loro espressioni: nessuno piange, nessuno è triste, nessuno soffre, i morti bruciano sui roghi, vige un’atmosfera solenne. In nessun altro posto o momento della mia vita, ho provato un così profondo ed intenso senso di spiritualità, di religiosità, di tranquillità e, quasi, di gioia. Varanasi è fuori dal mondo, è molto più di quel che mi aspettavo, è l’India, è l’India più autentica, il divino è nella quotidianeità, sembra un film dalla scenografia perfetta.

Quaderni di viaggio