Quaderni di viaggio

Da Lalibela alle Piramidi dei Faraoni neri di Meroe

Riprendiamo le moto e salutiamo la Dancalia, un luogo che certamente, grazie al clima impervio, non subirà mai il flusso del turismo di massa, la strada adesso è tutta in salita, ci dirigiamo verso la città di Makelle. Il clima comincia a cambiare, il caldo torrido del punto più basso della terra va via terminando, correnti di aria fresca arrivano sul corpo donando una piacevole sensazione. Makelle ci dà il benvenuto ed approfittiamo della buona sistemazione in hotel per rinfrescarci e portare le moto in un lavaggio per togliere il sale di questi giorni. Riposiamo come bambini, un buon letto su cui dormire non dispiace mai, memori del traffico incontrato ad Addis Abeba, partiamo alle prime ore del giorno, cercando di uscire dal centro città prima che si congestioni tutto. La strada verso Lalibela è lunga, nonostante Makelle si trovi a circa 2000mt slm continuiamo a salire, attraversiamo infiniti boschi di eucalipto, un legno che in Etiopia si usa moltissimo, sia per i ponteggi che per costruire la struttura portante delle loro case tradizionali, finite poi con una malta di fango e paglia. Tocchiamo quota 3600mt, le moto avvertono l’aria rarefatta e fanno fatica a salire di giri, siamo su un immenso altopiano con continui saliscendi, curve e tornanti, la guida è piacevole ma impegnativa. Le desertiche e calde strade della Dancalia hanno lasciato il posto a strade attraversate continuamente da animali di ogni specie: capre, pecore, asini, vacche e cammelli che amano stare sulla strada asfaltata e non nei prati, sempre pronti, appena sentono il rumore dei nostri motori, a buttarsi a centro carreggiata. Piccoli villaggi appaiono e scompaiono nel nulla come fossero immaginari. Dopo un lungo tratto oltre i 3000mt, ricominciamo a scendere, il panorama sottostante è da mozzare il fiato, mi fermo ripetute volte a fare foto e godere di questi splendidi paesaggi. Passiamo per Debre Sina, e ciò che rimane del trionfale passaggio dell’esercito italiano nel 1936, che aveva alla testa il generale Badoglio: tre gallerie scavate nella roccia, di cui una, la più lunga, misura circa settecento metri. La strada in discesa è entusiasmante, la fitta boscaglia di eucalipti è da tempo cessata, lasciando il posto a piantagioni di diversi ortaggi, Lalibela è sempre più vicina, una freccia ci indica che dobbiamo lasciare l’arteria principale. L’ultimo tratto di strada è su pista, o per meglio dire quella che una volta era tale, oggi invece un enorme cantiere a cielo aperto gestito da ditte cinesi. Mangiamo tantissima polvere per via della presenza costante di camion, l’ultimo tratto di strada asfaltato ci fa capire di è essere prossimi a Lalibela, il fiore all’occhiello del turismo etiope. L’impatto non è bellissimo, un’accozzaglia di case con il tetto in lamiera, costruite senza il minimo decoro urbano, si mostra a noi, ma la sua bellezza è nel sottosuolo, nelle sue 11 chiese copte ipogee, scavate nella roccia, che dal 1968 sono diventate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La più famosa delle chiese è quella di Saint George, con essa si raggiunge l’assoluta perfezione formale del genere, con un plinto a tre livelli alto quindici metri a forma di croce greca, a mio modesto parere dovrebbe essere inserita tra le meraviglie del mondo moderno. Il pavimento interno in pietra, è quasi interamente coperto di tappeti, ai lati teche in legno custodiscono scritti e croci, coppe e figure dipinte. Gli interni sono essenziali, tre sale divise da muri di pietra sono sovrastate dalla roccia e non hanno tetto artificiale. Sono le sei del pomeriggio, il sole è ancora caldo, la mia visita continua verso altre chiese, belle, ma non con lo stesso fascino di Saint George, la terra rossa, per lo più roccia viva, assume adesso colori pastello molto tenui, il passare dei secoli ha modificato il rosso del tufo lavico, rendendolo simile al verde muschio, al giallo ocra, ad arancio appassito. Sembra quasi come se da una grande tavolozza di un pittore, questi colori si fossero rovesciati sulla sommità di ogni chiesa ricoprendola da tutti i lati. Lalibela è un posto magico, si avverte un’energia molto forte, continuo a camminare ed arrivo su una vecchia via lastricata, trovo le vecchie abitazioni tucul, in pietra e su due piani, si infittiscono, creando un labirinto nel quale è piacevole perdersi, sono rincuorato, per caso ho scoperto la città antica, quella che la dinastia Zagwe edificò tra il XII e XIII secolo.


Lasciamo Lalibela per incontrare un’altra città: Gondar la prossima ed ultima tappa di questa traversata etiope. Ripercorriamo i 60km di cantiere a cielo aperto, poi ripresa l’arteria principale una lunga lingua di asfalto, ci accompagna nello sconfinato altopiano etiope. Attraversiamo i soliti anonimi villaggi e foreste di eucalipto, asini e vacche sono il nostro pericolo costante, sempre pronti ad invadere la carreggiata al nostro passaggio. Dopo aver macinato oltre 300km siamo a Gondar, città piena di storia e cultura, è l’Etiopia che non ti aspetti, antica capitale del regno, contiene nell’aria della Cittadella Reale, fondata dal re Faslide, sei fortezze principali in stile barocco portoghese. Ammiriamo il castello merlato, le mura, il palazzo restaurato dagli italiani con stucco veneziano giallo, ma anche i cattivi restauri in cemento presenti nelle stalle. Finita la visita ritorniamo in albergo e sistemiamo moto e documenti per il passaggio in frontiera, domani entreremo nel “temuto” Sudan, quello che in tanti, in Italia, dipingono come un luogo da cui stare lontani, vedremo..


Continui tornanti e poi lunghi rettilinei, siamo immersi in un grande canyon, la strada scende ininterrottamente verso nord. E’ lo scenario degli ultimi cento chilometri di questa meravigliosa traversata etiope. Una lunga carovana di camion ed il cartello che indica Metema, ci fanno capire che siamo arrivati al confine con Sudan. Entrare in un paese africano via terra è un’esperienza davvero unica, molto diversa da quella aeroportuale, perché incontri la vera Africa che si muove, perché le auto, sembrerà strano, non ci sono, in compenso lunghe colonne di tir, con tanta gente che corre in tutte le direzioni, compone questo incredibile puzzle. Molti uomini si improvvisano cambia valute, altri sono semplici furfantelli, altri ancora sono lì in cerca di non si sa cosa. La polizia doganale poi è la materializzazione della lentezza vera e propria, pronta a bloccarti per ore, a volte per un semplice e banale cavillo burocratico. Ma questa è l’Africa, la devi accettare, inutile lamentarti, non serve a nulla, devi solo lasciarti trasportare dal loro lentissimo modo di fare. E non innervosirsi se l’impiegato di turno quando ha finito di controllarti il passaporto, ma prima di riconsegnarlo, si alza improvvisamente per fumare una sigaretta o bere un caffè.

Memore di queste esperienze già vissute, lascio scorrere le circa quattro ore che servono a  completare le pratiche doganali in uscita dall’Etiopia ed entrata in Sudan, in assoluta tranquillità. Adesso si apre per noi una nuova storia da vivere e raccontare, che ha come protagonista un paese poco incline al turismo di massa  contornato da paesaggi maestosi dove il deserto è l’elemento principale. Arido, secco e piatto, la strada scorre dannatamente dritta per chilometri e chilometri, è il Sudan che ci accoglie. Non incontriamo più animali, i piccoli villaggi sono una rarità, ma in compenso una miriade di motorini sfrecciano in senso contrario, mi chiedo per andare dove. Ci fermiamo a fare rifornimento e scopriamo che qui la benzina costa solo 25 centesimi di euro, facciamo il pieno ai serbatoi ed alle taniche di riserva. Lungo la strada sono presenti moltissimi posti di blocco, in appena cento chilometri ne abbiamo trovato più di quanti in dieci giorni in Etiopia. Siamo fermati praticamente sempre,  non c’è da stupirsi visto che due motociclisti bianchi sono una rarità da  queste parti, ma è bello notare come i militari, dopo aver controllato i documenti, ci sorridono dicendo “Welcome to Sudan!”.


Dopo oltre 300km, spossati per il gran caldo, arriviamo finalmente a Gendaref, la prima vera città dal confine etiope. In pochi minuti tutti sanno del nostro arrivo, per strada ci salutano e ci indicano come fossimo delle pop star. Mentre il muezzin richiama a raccolta i fedeli, ci incamminiamo per le vie del centro stando attenti a schivare i motorini che arrivano come schegge impazzite. Sediamo ad uno dei tanti ristoranti che preparano street food e mangiamo il famoso e tipico ful, uno stufato di fave tipicamente sudanese. 

Partiamo alle prime luci dell’alba, direzione nord ovest, direzione Khartoum, la capitale del Sudan. Se la tappa di ieri era stata monotona, quella di oggi lo è ancor di più. Maciniamo circa 420km su una strada praticamente diritta ed un asfalto perfetto, incrociamo pochi e piccoli villaggi. Il nostro unico diversivo alla guida è quello di notare come con l’avvicinarsi della capitale, le case prendono sempre più forma; da piccole capanne in paglia, appena fuori Gendaref, a vere e proprie case in muratura costruite in piccoli condomini. Khartoum è un’oasi nel deserto, rappresenta il Sudan nuovo e moderno che ha tanta voglia di emergere, una città ordinata ed essenzialmente pulita, per gli standard africani. Tagliata in due dal grande Nilo, nasce nel 1825 come centro carovaniero, ma solo verso la metà del diciannovesimo secolo inizia ad essere edificata come città. Oggi, a poco più di un secolo, si presenta come una capitale che punta al futuro, non cercando di imitare nessuno, ma tentando di mantenere una propria identità. Pernottiamo all’Acropolis, hotel storico, tappa obbligata per chiunque vuole visitare il Sudan con mezzi propri. Mr. George, un greco traferitosi qui diversi decenni fa, ha contatti con tutti gli enti che contano e riesce ad avere permessi per andare in qualsiasi luogo in tempi rapidi. Il suo ufficio è infatti tappezzato con adesivi e foto delle più grandi testate giornalistiche del mondo, CNN e BBC in bella vista.  Lasciamo, difatti, i nostri passaporti che in poche ore ci riconsegna con tanto di permesso per poter transitare con auto e moto fino al confine con l’Egitto. La visita della capitale però finisce presto, il tempo di fare un veloce giro per il centro, godere del tramonto sul Nilo e via verso il sito archeologico di Meroe.


Eccole! Più di quaranta. Vere. Aguzze. Meravigliose piramidi che portano la mente a pensare che siamo in Egitto, ed invece no, siamo in Sudan, nel regno dei Faraoni neri nubiani. La necropoli reale di Meroe, sorge nell'ansa formata tra la quinta e la sesta cateratta del Nilo. Siamo in una delle più importanti e antiche città dell'Africa sahariana, prima capitale meridionale del regno di Kush tra l'800 e il 350 a.C. Una terra leggendaria, dove vissero i Faraoni Neri, sovrani che estesero il loro dominio fino al delta del Nilo. Le piramidi meroitiche sono molto diverse dalle più celebri egizie: assai più recenti, molto  più piccole (alte non più di 20 metri) ma anche più aguzze, hanno pareti inclinate di 70° (contro i 40°- 50° delle egiziane). Il sito è incredibilmente bello, anche perché è privo di turisti, ci concediamo una pausa di qualche ora, girovagando sia a piedi che in moto tutta l’area archeologica. Nell’aria si avverte un’energia particolare, quasi magica, qui, esclusa la strada asfaltata è tutto come due millenni fa e la mente non può che viaggiare in epoche lontane.

La piccola città di Atbara ci accoglie per la notte, siamo nuovamente sulla sponda ovest del fiume Nilo, dinanzi a noi il maestoso deserto del Bayuda, la parte orientale del Sahara. In questo pezzo di Sudan i villaggi sono praticamente inesistenti e fare rifornimento di benzina non è facile. Dobbiamo percorrere oltre 300km per incontrare il primo centro abitato, è la famosa città di Karima, qui ci sono le piramidi del Gebel Barkal o Montagna Pura. Bastano pochi istanti per capire che il sito archeologico è completamente privo di recinzioni e non custodito. Non crediamo ai nostri occhi, un patrimonio di inestimabile bellezza e valore completamente ignorato. Siamo felici ed emozionati, riusciamo ad arrivare con le moto proprio sotto le piramidi e cominciamo a scorrazzare divertendoci come bambini. Siamo nelle storia, quella vera, in sella a nostri destrieri con la manopola del gas aperta a manetta per evitare che le gomme affondino nella sabbia, quella stessa che millenni fa ha visto transitare uno dei popoli più grandiosi e leggendari della storia.


Lo stop di questa notte è Dongola, capitale dello stato del Nord, l’unico “hotel” aperto è una squallida e putrida guest house, non siamo soli, incontriamo infatti 2 motocilisti scozzesi ed un tedesco, anche loro impegnati nella traversata dell’Africa, con cui condividiamo idee e racconti. La notte passa veloce, lasciamo Dongola senza nemmeno fare colazione, è ancora buio quando partiamo, il nostro obiettivo è arrivare il prima possibile a Wadi Alfa, cittadina di confine con l’Egitto. Abbiamo poca benzina ed il motociclista tedesco ci dice che lungo il tragitto, oltre 400km, incontreremo solo un distributore. Ravviviamo la solita e monotona strada con qualche uscita dall'asfalto per giocare fra le dune. E’ ora di pranzo, decidiamo di sostare in un villaggio, l’unico incontrato finora. Ci accorgiamo presto di essere capitati un luogo fuori dal mondo. Appena dietro una collinetta vediamo fuoriuscire grossi nuvoloni di polvere e udiamo un rumore infernale, incuriositi non possiamo non andare a vedere.


Se la Dancalia ci aveva impressionato, riportandoci con la mente, e forse anche col corpo, su un altro pianeta, questo assurdo villaggio ci catapulta in una scena da film futuristico, di quelli che mostrano il mondo dopo una catastrofe planetaria. Polvere, capanne assurde, macchine infernali che creano un rumore assordante e uomini vestiti con stracci, portano tutti occhiali da sole che sembrano usciti dal film Mad Max. Siamo intrusi. E’ difficile capire che cosa si faccia qui, solo dopo ripetute domande, fatte a più persone, capiamo che ci troviamo in un villaggio di cercatori d’oro. Enormi camion portano la roccia grezza che viene frantumata con macchine infernali, ridotta a sabbia e poi lavata nella speranza di trovare qualche pagliuzza.  Questi uomini passano giornate, mesi interi nella vana speranza di trovare l’oro, sognando magari di diventare ricchi e felici, in realtà si rovinano solo la salute, già precaria, respirando per ore fumi tossici e mandando avanti una assurda corsa all’oro.

Arriviamo presto a Wadi Halfa, in tempo per consegnare ad un’agenzia locale i documenti doganali e tentare di velocizzare le complesse pratiche in uscita dal Sudan. Abbiamo tempo ed allora con Sasà, riprendiamo una moto e cominciamo a girare per il villaggio. Ancora una volta siamo rapiti da questo popolo meraviglioso, al nostro passare tutti salutano calorosamente, ci fermiamo più volte a parlare con la gente, con molti ci abbracciamo come fossimo fratelli o semplicemente come se potessimo capire cosa ci stanno dicendo. Ed una cosa in verità, alla fine di questa traversata sudanese la si capisce sempre: mussulmani e cristiani sono fratelli, queste le loro parole, questa l’assoluta verità. Partiamo fiduciosi da Wadi Halfa, l’agenzia ha preparato tutto, usciamo dal Sudan in appena un’ora. Nonostante tutto sembra andare per il meglio, ho una sensazione strana. Dietro il cancello che segna l’ingresso in Egitto, ci aspetta un egiziano che ha contattato Renato per aiutarci nel disbrigo delle pratiche, ma qualcosa non mi convince. Ho visto Renato molto teso e soprattutto solo oggi ci ha detto che i carnet du passage en douane, i documenti di auto e moto che sono serviti per transitare in tutti i paesi africani, non sono validi per l’Egitto. Ma lui resta fiducioso, pensa e spera che ci faranno un visto di transito e tutto si risolverà a tarallucci e vino.


Basta poco per capire invece che la situazione è davvero di merda. I doganieri si rifiutano di accettare i nostri documenti, poiché non validi, e pretendono un carnet emesso in Egitto. Insistiamo dicendo che si tratta di un viaggio cominciato due mesi fa in Sudafrica e che dovrebbe terminare proprio in Egitto ad Alessandria. Nulla da fare sono irremovibili. Facciamo un piccolo briefing con l’uomo egiziano ed arriviamo alla conclusione che moto e macchina dovranno restare in frontiera fino a nuovi sviluppi. Nervosi e stanchi ci imbarchiamo sul ferry che attraversa il lago Nasser, in meno di un’ora siamo ad Abu Simbel, il tempio più bello dell’intero Egitto. Arrivati in albergo facciamo un nuovo briefing e dopo aver telefonato alla Farnesina, che laconicamente ci dice che l’unica soluzione è tornare in Sudan per imbarcare moto ed auto. I rapporti tra Italia ed Egitto, ci dicono dall’Italia, dopo il caso Regeni, sono molto tesi e dubitano fortemente che ci rilascino, in tempi brevi, un carnet di passaggio.

Stiamo pagando a caro prezzo la leggerezza di Renato. Impensabile per me e Sasà rientrare in Sudan, abbiamo il biglietto di rientro dal Cairo e soprattutto siamo partiti con un obiettivo ben preciso: fare la traversata completa di Etiopia, Sudan ed Egitto. Renato avrebbe dovuto metterci al corrente di questo problema per tempo e non il giorno del passaggio in frontiera. Quella che doveva concludersi in una delle più grandi ed incredibili traversate in moto, si sta trasformando in una grande beffa. Non ci resta che continuare il viaggio “a piedi”…


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