Quaderni di viaggio

Il parco Los Glaciares e la Penisola Valdes

Sono appena le sei del mattino, quando il ronzio del piccolo autobus che mi accompagnerà ad El Chaltén, delizioso paesino di montagna, che qui magnanimamente chiamano la Saint Moritz del sud America, comincia a farsi sentire. Oggi sembra ci sia bel tempo, ma bastano pochi chilometri di viaggio ed invece tutto cambia repentinamente. All’ingresso della Ruta 40 immensi nuvoloni neri si ergono all’orizzonte, El Chalten sta per accoglierci sotto una forte pioggia. Partire per il trekking in queste condizioni climatiche è davvero un azzardo, ma fortunatamente trascorsa qualche ora il tempo migliora. Passiamo al Centro Visitantes per registrare la nostra presenza, i guardia parco ci rincuorano sul miglioramento meteo previsto per i prossimi giorni. Essere in questo luogo per me è la realizzazione di un altro sogno. Le imponenti montagne che circondano la zona, tra tutte il Fitz Roy ed il massiccio del Cerro Torre, sono icone dell’alpinismo mondiale ed in particolare italiano. Era il 13 gennaio del 1974 quando l’alpinista Casimiro Ferrari salì l’inviolata Parete Ovest del Cerro Torre, insieme a Conti, Negri e Chiappa, tutti del gruppo “Ragni di Lecco”. 

Il Cerro Torre è considerata una tra le più difficili e inaccessibili montagne del mondo. Le particolarità che la rendono così unica sono che tutte le strade possibili per l’ascesa conducono a una parete granitica di 900 metri praticamente verticale; la cima, poi, è costantemente incappucciata da uno spesso fungo di neve. In ultimo, le condizioni climatiche sono spesso e volentieri proibitive. Secondo la leggenda, il primo scalatore a raggiungere la cima fu però un altro scalatore italiano, Cesare Maestri, che nel 1959, con tecniche poco leali, arrivò a pochi metri dalla vetta.


Cominciamo il trekking camminando sotto una fitta pioggia, sembra di essere in un bosco incantato, io ed i miei compagni siamo tutti in fila indiana, nessuno parla, sembra di esser stati avvolti da un’atmosfera magica. In poche ore di cammino siamo al camp di Poincenot, che in realtà è un piccolo spiazzo nel bosco con un solo bagno alla turca. La pioggia ha creato diversi pantani e trovare un posto adeguato per montare la tenda è una vera impresa. Fortunatamente scovo uno spiazzo decente e con pazienza certosina riesco a montare la tenda. Sono completamente bagnato, nonostante il giubbotto molto tecnico, l’acqua è penetrata dappertutto. Cerco di scaldarmi mangiando un risotto e del the caldo,  ma serve a poco, è tutto molto umido. La notte trascorre movimentata, forti raffiche di vento si alternano a violente scariche di pioggia. E’ l’alba quando riapro gli occhi, continua a piovigginare ed alcune tende dei miei compagni di viaggio non hanno resistito al mal tempo. Alcuni decidono di tornare in città ed abbandonare il trekking,  insieme a pochi amici decido di continuare provando a salire alla Laguna de Los Tres. Lungo il sentiero il tempo sembra migliorare, ma poi quando ormai siamo quasi in vetta, ecco abbattersi una piccola tormenta di neve. La Patagonia conferma il suo essere imprevedibile, dinanzi a me lo scenario è incredibile, tutto bianco la visibilità è bassissima, ma riesco ad intravedere la sagoma del Fitz Roy. Tornato al camp smonto la tenda e procedo verso il camp De Agostini sotto una pioggia incessante. Arrivo inzuppato di acqua con le scarpe fradicie, nonostante il goretex! Riesco a montare la tenda, ma ho freddo, la forte pioggia mi ha messo a dura prova. Dormo malissimo. Pochi, timidi raggi di sole, penetrano nella tenda. E’ l’alba. Apro la cerniera della tenda e nevica. A questo punto penso che andare fino al Mirador Maestri per vedere il Cerro Torre non serve a nulla. Preparo la colazione ed ancora una volta la Patagonia si conferma una sorpresa. Il cielo comincia a diventare azzurro, la temperatura sale ed il sole mi riscalda. Quasi non ci credo! I miei vestiti sono completamente bagnati, ne approfitto per mettere tutto sulle rocce ad asciugare. Passa qualche ora, il forte vento ed il sole hanno fatto asciugare tutto. Rinvigorito decido di salire al Mirador Maestri, il vento tanto forte sembra sospingermi. Il gruppo sale diviso, ognuno col suo ritmo, ognuno con i suoi pensieri, ma quando arrivo alla meta finale il Cerro Torre è coperto dalle nuvole. Peccato, la fortuna del Paine non si è ripetuta qui, ma poco importa, i pochi giorni trascorsi in questa meraviglia della natura mi hanno regalato momenti incancellabili. Smonto la tenda e rientro ad El Chalten, questa notte ritorno a dormire in hotel. Mi rincontro con i miei compagni e decidiamo di fare un fuori programma. I guardia parco mi dicono che sia molto bella la camminata che porta alla Loma del Pliegue Tumbado, dalla cima si può osservare sia il Fitz Roy che il Cerro Torre.


Questa mattina il tempo è eccezionale, il cielo è azzurro ed il sole scalda il viso. In lontananza finalmente eccoli apparire entrambi, la vista sulle montagne è davvero da cartolina, ne approfitto per scattare alcune foto ed immortalare il momento. La Patagonia non smentisce la sua pazzia ed improvvisamente, mentre sono in calzoncini e t-shirt ecco che il tempo cambia repentinamente. Si abbatte una bufera di neve e salire in vetta diventa pericoloso ma soprattutto inutile vista la scarsa visibilità. Col sorriso stampato sul volto rientro ad El Chalten, consapevole di aver vissuto una bellissima esperienza ed aver toccato con mano la magia di un luogo che va assolutamente visitato e vissuto almeno una volta nella vita.

“Un puzzle di luoghi incantati che non sembrano appartenere a questa terra” così lo scrittore Sepulveda descrive la Patagonia. 
Sono trascorse circa due settimane dal mio arrivo in questa terra e le parole di Sepulveda continuano a rimbombare come un tamburo martellante nelle mie orecchie. La Patagonia ha catturato i miei occhi fin dall’inizio e stregato il mio cuore col passare dei giorni. La Tierra del Fuego, le Torri del Paine, le montagne del Campo de Hielo, i ghiacciai del lago Argentino, sono luoghi che non lasciano indifferente nemmeno il più insensibile degli uomini. 
Un lungo viaggio in aereo che parte da El Calafate e termina a Trelew mi porta adesso nella Penisola Valdez, una Patagonia senza montagne e ghiacciai, dove i protagonisti sono i pinguini, leoni ed elefanti marini, balene ed orche. Sono le nove di sera quando l’aereo dell’Aerolinas Argentina atterra nella città di Trelew, il bus privato che avevo prenotato mi aspetta all'uscita; in un’ora di viaggio sono a Puerto Madryn, piccola città situata a 50km dalla Penisola Valdez. 

E’ qui che comincia la terza e conclusiva parte della mia avventura in Patagonia. La penisola è un territorio desertico, abitato quasi esclusivamente da pinguini, leoni ed elefanti marini. Non ho molti giorni per visitarla ed allora mi avvalgo dell’aiuto di un’agenzia di viaggi che propone tour preconfezionati per turisti. In verità sono allergico a questo tipo di cose ma per via del poco tempo non posso fare diversamente.

La prima tappa è Punta Norte, dove vive una numerosa colonia di leoni marini, a poca distanza c’è Caleta Valdes dove invece troviamo gli elefanti marini. Lo spettacolo non mi impressiona molto, il contatto con gli animali è quasi inesistente, si possono ammirare solo da una passarella posizionata molto lontano e l’idea di trovarsi in una trappola per turisti è davvero forte. Pranziamo velocemente e spediti col nostro pulmino arriviamo al piccolo molo dal quale partono le imbarcazioni per l’avvistamento delle balene. Lo spettacolo è straordinario: due balene, madre e figlia, si muovono a lato della barca, prima la testa poi il corpo sinuoso ed a seguire la coda, la scena si ripete più volte. L’emozione di tutti in barca è grandissima, osservare da vicino questi giganti del mare fa capire quanto grandi siano questi mammiferi e quanto piccoli siamo noi. Concludo la giornata cenando in uno dei ristoranti storici di Puerto Madryn, una cena meravigliosa completamente a base di pesce. 


Il secondo giorno di escursione è dedicato alla visita di Punta Tombo, un’altra riserva naturale che ospita una colonia di un milione o poco meno di pinguini Magellano. C’è ne sono davvero tantissimi e tutti vivono in piccole tane scavate in superficie. La guida mi spiega che ogni pinguino fa 2 uova, ma solo uno riesce a sopravvivere, perché quando la madre si allontana per procurare il cibo, riesce a farlo quasi sempre solo per uno. La seconda tappa della giornata è Gaiman, colonia gallese di fine 800’. Nel libro “In Patagonia” lo scrittore Chatwin racconta che i gallesi decisero di insediarsi in questo luogo perché era quanto di più lontano e nascosto dagli inglesi. Pranziamo in uno dei tipici Thè con dolci di ogni genere, ascoltando le storie delle donne in abito cerimoniale che raccontano la migrazione dei loro avi. 

Buenos Aires, la capitale dell’Argentina è la tappa conclusiva di questa grande avventura. Buenos Aires, come dicono i suoi abitanti, non è una città, ma infinite città diverse: i suoni del tango di San Telmo, i colori del Caminito e del quartiere di La Boca, l'affascinante modernità dei docks ristrutturati di Puerto Madero, l'aria parigina del Microcentro e la storia che si respira in Plaza de Majo, poi Recoleta, le grandi avenidas. Per noi italiani, un fascino particolare è il quartiere Boca con le case di colori diversi, alcune conservate esattamente come le avevano costruite gli immigranti genovesi dell’epoca. Il Caminito è la parte turistica, qui le case dipinte con mille colori e i murales trasmettono un’allegria contagiosa. Nel quartire Boca sorge anche la famosa Bombonera, lo stadio del Boca Juniors, la squadra di calcio fondata dagli immigrati genovesi ad inizio novecento, la squadra di Maradona. Il mio breve soggiorno a Buenos Aires mi ha trasmesso belle emozioni, essere in Argentina mi ha trasmesso la sensazione di casa, forse perché il 50% degli argentini sono di origine italiana, o forse perché si dice che nel mondo ci sia almeno un posto che appartiene a te e lo scopri solo quando ci vai di persona.

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